Intervisto Alessandra Baruzzi a Lingotto Fiere di Torino in occasione di Horeca Expoforum, l’unico Salone Internazionale del Nord-Ovest Italia dedicato ai professionisti del mondo HO.RE.CA.
Alessandra oggi sei a Torino, qui a Lingotto Fiere, in occasione di Horeca Expoforum 2026, per…
“Promuovere soprattutto le mie Lady Chef del Piemonte e anche per promuovere i prodotti tipici di questa meravigliosa regione enogastronomica”

Alessandra Baruzzi a Horeca Expoforum – Lingotto Fiere. Credits Andrea Di Bella
Che idea ti sei fatta della Torino gastronomica ma anche della cucina piemontese
“Beh, io amo molto la cucina di questa regione e i prodotti che riesce a regalarci. Prima su tutti voglio mettere la Nocciola delle Langhe, un prodotto di eccellenza, unico, che ho avuto il piacere di riassaggiare nei giorni del Festival di Sanremo, in una serata dedicata alle eccellenze gastronomiche piemontesi, alla presenza del governatore Alberto Cirio e delle Lady Chef. Poi metterei il Gianduiotto torinese, una prelibatezza assoluta. E come non parlare della Fassona piemontese, allevata in queste meravigliose montagne che vi circondano o del Tartufo Bianco di Alba, vera preziosità quasi esclusiva. La cucina piemontese è sicuramente compagna di viaggio con quella dell’Emilia Romagna, la mia terra, altrettanto valida e rinomata”
Tra i tanti piatti, scegliene uno su cui ti piace soffermarti: quale è il piatto che ordineresti senza esitazione entrando in un ristorante piemontese
“Io provengo dalla Romagna, dai territori del mare, però amo la carne, quindi non esiterei a puntare su un piatto di Fassona piemontese. Mi vedo già davanti ad una buonissima Tagliata di Fassona accompagnata da un profumato Tartufo Bianco d’Alba e una granella di croccanti Nocciole di Langa; il tutto condito con un ottimo olio che la nostra bella Italia riesce a dare. E poi, per non lasciare niente al caso vorrei chiudere con una piacevole Mousse di Gianduiotto”
Alessandra, cosa rappresenta la cucina nella tua vita. Spiega cos’è la cucina per te
“La cucina, per me, è quella che proviene dalla mente, dalle idee, ma senza il cuore non può realizzarsi praticamente. Non basta solo la mente, perché è il cuore che noi mettiamo in gioco, con umiltà, ogni giorno, che comanda tutto. Quel cuore che mettiamo al servizio dei commensali in ogni momento della nostra attività. Non dobbiamo avere la presunzione di sapere tutto, dobbiamo essere in grado di imparare. Vedi, io ho cominciato da bambina; il mio primo lavoro stagionale l’ho fatto a tredici anni nella cucina di un hotel a Pinarello di Cervia. A vent’anni dirigevo già la cucina di un hotel e desidero sottolineare da autodidatta. Le mie insegnanti di cucina sono state la mia mamma e le mie nonne. Le scuole di cucina sono venute dopo”
Hai avuto mamma e le nonne chi ti hanno trasmesso la passione del cucinare…
“Si, mamma, romagnola anche lei, ha mandato avanti una famiglia semplice, con tre figli, sempre faticando, ma la domenica diventava sacra, il giorno della festa, della famiglia: ci ritrovavamo in dieci, quindici a tavola. Il sabato sera finiva di lavorare le lasagne o le tagliatelle, i ravioli se non i cappelletti fino a mezzanotte. La domenica diventava l’unico giorno di pace. La mamma faceva la soglia al mattarello, alto quanto lei, dieci uova di sfoglia che non stava dentro al tavolo, ma non ha detto mai di essere stanca… fino a ottant’anni l’ha fatto… è riuscita a farla!”
Stiamo parlando di passato, cara Alessandra, il tuo è un racconto che tocca il cuore e mi spingi a chiederti: ma tu sei più legata ai ricordi o ti guardi spontaneamente anche il futuro?
“Io, in realtà, nasco dal passato, facendo la direttrice di un centro scolastico, ho gestito per dodici anni la cucina di una scuola privata… dalle mie mani sono passate tante tecniche di cucina, diverse macchine innovative, però, secondo me, è la tradizione che deve essere aiutata, supportata dall’innovazione e quest’ultima non deve avere maggiore peso rispetto alla tradizione, non deve prevalere sulla tradizione”

Alessandra Baruzzi. Credits Andrea Di Bella
La chef sta toccando un argomento su cui mi soffermo spesso nei miei incontri: tradizione o innovazione in cucina?. Forse la cucina, oggi, sta toccando livelli di innovazione (?!), chiamiamola così, esagerati. Anche nella pasta e fagioli è cambiato il colore dei fagioli! La TV comanda i gusti dei consumatori, li condiziona attraverso cuochi travestiti da attori con un cronometro in mano.
Chiedo ad Alessandra Baruzzi, presidente nazionale Lady Chef, 5 mila associate, 46 anni di cucina alle spalle, il punto di vista qualificato in merito: il piatto colorato cerca di sostituire quello della nonna, quello che ha permesso alla Cucina Italiana di diventare Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Come vedi questo stato di cose?
“Purtroppo siamo condizionati da un mondo che segue le mode. Negli ultimi anni, il mondo della cucina si è rivolto alla televisione per promuoversi, per presentarsi. Ma, per esperienza, abbiamo sempre avuto un ritorno al passato, dopo qualche tempo si cancella tutto, si torna alle radici, ai sapori veri, autentici. Oggi, bisogna dirlo, una persona che va a mangiare al ristorante, in trattoria, un piatto tradizionale, evoca solo i ricordi. Per quanto mi riguarda, posso affermare che la cucina deve rimanere quella tradizionale. Io non sono d’accordo sul destrutturare e materializzare. Oggi, dobbiamo gridarlo al mondo, siamo Patrimonio Unesco per la nostra tradizione, per aver saputo affermare la nostra cultura antica fondata sui nostri prodotti della terra lasciati nelle mani delle nostre nonne e di tanti cuochi che hanno saputo valorizzarli. È stato premiato il lavoro di ogni artigiano, a partire dalla lavorazione della terra. Dobbiamo ringraziare la natura. Nel video che è stato proiettato dopo la proclamazione a Dubai, nel giorno della proclamazione Unesco, io ero a Roma, collegata, ad ascoltare la conferenza e si parlava solamente di tradizione. E a Dubai, il giorno della premiazione, è stato offerto agli ospiti il classico Risotto alla Milanese!”
Ma guardiamo al futuro, Alessandra. Cosa ti auguri che ci sia nella cucina di domani
“Mi auguro che ci sia più unicità nei prodotti, più autenticità; ma mi auguro anche una maggiore coesione tra i popoli, più fratellanza, più solidarietà. Dico questo perché sono appena rientrata dalla Siria, a fine anno, dove sono andata a portare la cucina italiana all’Ambasciata italiana a Damasco”
Mi porti a parlare di temi molto interessanti che toccano il rapporto tra i popoli in questo momento tormentato. Ebbene, Alessandra cosa ti ha lasciato questo viaggio?
“Non è il mio primo viaggio tematico perché ho già fatto tre missioni in Giordania, a Petra e ad Hamman; sono stata in Libano un paio di anni fa; sono andata con un gruppo di Lady Chef in Africa ad insegnare alle donne locali, in queste zone disagiate, la cucina nostra, la cucina italiana. Il mio cuore suggerisce che dobbiamo unire anche la nostra cucina con quella di queste popolazioni che soffrono. È una condivisione perché anche loro ci fanno conoscere i prodotti della loro terra. La cucina collega popoli diversi. il cibo è un dialogo”
Alessandra Baruzzi ha un momento di commozione perché la sua storia, negli anni, si è intrecciata con quella di tante donne che soffrono in altri Paesi del Mondo, mentre da noi, molte volte, non ci si ricorda nemmeno che in tanti Paesi vicino al nostro si soffre la fame, si convive con la guerra, si rischia la vita giorno per giorno.
Questo senso di fratellanza, di solidarietà, e questi viaggi in terre difficili, dove il sorriso sul viso di qualcuno non esiste, ti portano a riflettere, a pensare. Quale stato d’animo hai trovato lì tra queste donne, se posso dire, tra queste cuoche. Quale sorriso, quali parole!
“Ho trovato solo occhi che parlavano da soli. Non comprendendo la lingua ci si doveva parlare a gesti e gli unici che potevano parlare erano proprio gli occhi. Devo dire che erano occhi gioiosi… che guardavano lontano, che vedevano una speranza di futuro. Io con quegli occhi sono in contatto tutt’oggi, non li dimenticherò mai. Non potrò mai dimenticare quella gente!”.
Il senso di umanità di Alessandra mi regala una forza interiore straordinaria, mi trasmette sensazioni positive, mi fa entrare in una dimensione quasi spirituale. Forse abbiamo parlato poco di vitello tonnato con la chef, ma ci siamo soffermati sugli occhi delle donne libanesi. Ho cercato di guardare i suoi, in fondo: ho trovato un senso di soddisfazione per quello che ha fatto in questi anni e che continua a fare, ma ho visto anche un velo di tristezza, nascosta tra una gioia e un dolore. Ma tutto questo rende grande questa donna.
“Vorrei vedere negli occhi delle persone lo sguardo spensierato e gioioso come se fosse quell’attimo di tavola, quel momento conviviale che unisce tutti. Voglio immaginare il mondo del futuro attorno a una grande tavola dove siedono tutte le persone della Terra, con il cibo condiviso. Vorrei dire ‘aggiungi un posto a tavola’”.
Grazie Alessandra