PRIMA PARTE
Il campanile giallo della chiesetta a valle che guarda i vigneti e la Sacra di San Michele batte 10 rintocchi. Arrivo nella tenuta di Giuliano Bosio, vignaiolo e olivicoltore, sulla collina di Almese, perché oggi si raccolgono le olive e mi sembra un momento ideale per parlare di ulivicoltura in Valle di Susa. Ma il discorso dell’uliveto si intreccia con quello della vite, da queste parti, quindi dialogheremo anche di vini della valle. Tutto questo ha per filo conduttore la vita di Giuliano, un uomo intelligente, intraprendente e lungimirante che ama sin da piccolo la Natura e il Paesaggio Rurale di questi luoghi. Viene fuori un’intervista a cuore aperto che svela particolari di vita, aneddoti, passioni, sogni, passeggiando tra la Bellezza che ci circonda e i profumi di un angolo di Piemonte tutto da scoprire.

La tenuta di Giuliano Bosio sulle colline di Almese . Ph Andrea Di Bella
Giuliano, questo è un luogo benedetto da Dio!
“Quest’anfiteatro, partendo da Est, dal Monte Musinè, andando verso Ovest in Alta Valle di Susa, incontra un contrafforte, all’altezza della Sacra di San Michele, che ci difende dai venti. Questa è una ricchezza, perché oltre alla piena esposizione a Sud, il vento porta benefici ma quando soffia forte no. Noi abbiamo un microclima interessante per l’agricoltura, siamo fortunati. Siamo in un piccolo angolo di Provenza o di Sardegna, una bella macchia mediterranea”
Guardando sotto di noi, da questo meraviglioso terrazzo, vedo uomini che stanno raccogliendo le olive; in mezzo, filari di vite che stanno per essere colorati d’autunno, qualche albero da frutto e in lontananza il campanile giallo di una chiesa di campagna, che annuncia la Sacra di San Michele in posizione dominante. “Questo è un Paradiso vero, non un Paradiso perduto, e, con tutti i cambiamenti climatici in atto e che possiamo immaginare, ci sarà sempre”.
Questo Paesaggio Rurale attorno a noi, coltivato alla perfezione, è merito tuo. “Sì, è un Paradiso, ma se non si coltiva, anche il Paradiso muore“, sottolinea Giuliano.
Quanto di te, della tua filosofia di vita, c’è in tutto questo?
“Penso il 51%. Io sono nato qui, ho negli occhi e nella mente il paesaggio agrario di 50 o 60 anni fa; qui era tutta vigna. L’ulivo è nato negli Anni 2000, non so perché. Mi sono svegliato una mattina e mi son detto: ‘l’ulivo qui ci starebbe bene’ perché le condizioni pedoclimatiche lo permettono: ho cominciato a piantare in un altro appezzamento, a 650-700 metri d’altezza, (qui siamo a 500 metri). L’impianto ha dato risultati soddisfacenti, quindi ho ripetuto l’esperimento qui il questo luogo con risultati ottimi. Credo che l’altitudine e il tipo di terreno abbiano giocato favorevolmente. Quel terreno era troppo acido, perché attorniato da conifere. Qui sotto i nostri piedi c’è terreno morenico di ghiacciaio, calcificato, senza limo, né argilla. Produzione inferiore ma qualità eccelsa. Ne guadagna il gusto”
A proposito di gusto, questo è un habitat di biodiversità notevole: cosa produci oltre all’uva e all’ulivo
“Produco mele, cachi, kiwi, mele cotogne, melograni, erbe della macchia mediterranea, il corbezzolo, la lavanda, il mirto. I miei clienti francesi, infatti, hanno etichettato questo appezzamento ‘La petite Provence’”

Corbezzoli nella tenuta paradisiaca. Ph Andrea Di Bella
Tra queste meraviglie, vedo che, ben allineati, compaiono numerosi filari di vigna. Di cosa parlano, che cosa raccontano
“Parlano della viticoltura Valsusa, dove in parte è eroica; raccontano i diversi terroir in questo territorio in quanto tutta la Valle è geologicamente frammentata: una bottiglia di vino prodotta da me ad Almese è completamente diversa da un’altra della stessa varietà, ad esempio prodotta a Chiomonte. Tutti i terroir mostrano pregi e difetti, sta al cliente scegliere, importante è che sia, come dice qualcuno, ‘buono, pulito e giusto’. Io seguo questo principio; per me Slow Food costruisce sogni realizzabili, da sempre, per questo mi piace la sua filosofia”
Quanti ettari sono in produzione tra vigneti ed uliveti… e solo dedicati alla vite?
“Circa 3 ettari complessivi, di cui l’80% dedicati alla vite”
Giuliano, parliamo, ora di vitigni. In passato, dialogando con te, mi hai fatto sognare, mi hai fatto rivedere un tempo antico, mi hai fatto assaggiare storie. Conversare con te è un piacere, tu sei uno storico del vino di questa Valle. Parlare di vitigni significa parlare di…
“Baratuciat, Avanà, Becuét e anche di Nebbiolo!”
Quando vengo a trovarti, noto nelle tue parole, volando nei tuoi pensieri, un amore sviscerato, una passione inesauribile nei confronti di questa terra davanti a noi, di queste radici. Fantastico!.

Giuliano Bosio abbraccia i suoi ulivi. Ph Andrea Di Bella
Da dove nasce questa tua energia, l’entusiasmo che sai trasmettere, parlando di agricoltura?
“Credo che venga soprattutto dalle radici, nel senso che voglio partire da un vecchio detto dei miei che ritengo sempre valido, ‘se tu hai un po’ di terra e la coltivi non muori di fame’. Ritengo questa affermazione molto importante, significativa. Bisogna crederci, significa mettersi in gioco, provarci. Entra in gioco la passione. Questa è arrivata in età adulta, da ragazzo pensavo solo a studiare. Nato e cresciuto nelle valli alpine, ho toccato con mano i sacrifici dei miei genitori e la poca redditività. Ma il paesaggio agrario è stato sempre un riferimento nella mia vita”
MI dicevi che hai mosso i primi passi agricoli con papà, ancora ragazzino…
“Provengo da una famiglia operaia-contadina. Operaio-contadino era la classica figura del dopoguerra che lavorava 8 ore in fabbrica e altre 6 nella campagna di famiglia, nell’orto proprio, non perché fosse redditizio ma per rispetto verso la natura. Papà faceva l’operaio alla Fiat e nel tempo libero si dedicava alla terra… fieno, grano, patate, frutta e verdura. Siamo negli Anni Sessanta. Mia mamma, casalinga, si occupava dell’orto e vendeva al paese e ai villeggianti; metteva da parte ‘l’argent de poche’ che serviva per le piccole spese senza dover chiedere nulla a mio padre. Era la sua forma di libertà. Papà mi accompagnava per mano a sporcarmi di terra quando avevo ancora i pantaloni corti, ma non penso di essermi innamorato lì del mondo agricolo. Osservavo i miei coetanei che vivevano in condizioni economiche migliori delle mie, mi assalivano grossi dubbi. Ma, probabilmente, nel DNA conserviamo le nostre attitudini ed ecco che quando, in seguito ho dovuto fare questi investimenti non ho avuto dubbi”
Mamma ti disse, ancora fanciullo, “Devi andare via da qui, se vuoi vivere più tranquillo, con meno problemi, abbandona questa valle”. Tu come hai reagito?
“Ho accettato questo monito, ho compreso il senso, ho sempre cercato di approfondire la mia cultura, la mia formazione perché, parallelamente a quanto ho detto prima, mi diceva ‘studia perché non ti dà alcuna differenza di classe, puoi essere povero, ricco… puoi studiare ed arrivare’. E così ho sempre fatto fino a oggi”
Giuliano, volevi conoscere il mondo, hai cercato di percorrere un’altra strada…
“Si, ho cercato, ho voluto, sono arrivato, non so… ho studiato anche le lingue straniere, francese, inglese, russo. Quest’ultima lingua mi ha aperto nuovi orizzonti, sono stato a lavorare in Russia per una grossa azienda italiana, una grande esperienza per due decenni”

Frutteti e uliveti guardano il Monte Musinè, sulla collina di Almese. Ph Andrea Di Bella
Quando sei rientrato dall’esperienza russa, come ti sei reinventato, da dove hai ricominciato?
“Ci troviamo negli Anni ’90, mi sono dovuto adattare alla nuova situazione economica del nostro Paese, e soprattutto della mia valle. Mi è venuta l’idea di riprendere in mano la campagna, senza forzature, sapendo che l’economia familiare non avrebbe realizzato grandi profitti. La passione prima di tutto. Quello che si vede oggi è il risultato di anni di fatica, di impegno, di sacrifici”.