Presidente, quando nasce La Crotta di Vegneron e con quali motivazioni
“È stata costituita nel 1980, al fine di raggruppare tutti i piccoli vignaioli (Vigneron) che avessero la produzione di Moscato, che in piccole quantità non sarebbe servito a nulla e invece conferendolo nella nostra cantina cooperativa, vista l’importanza storica del vitigno, poteva valorizzare il vitigno stesso e tutto il territorio. Il vitigno, famoso nel Medioevo, rischiava di scomparire negli Anni Cinquanta-Sessanta, come il resto della viticoltura valdostana”

Alessandro Neyroz, presidente di La Crotta di Vegneron di Chambave
Cosa significa essere viticoltori di montagna, presidente, e quali vini si producono a un passo dalle nuvole
“Vuol dire sacrificio!. Le pendenze medie del vigneto si aggirano attorno al 60% e ciò vuol dire lavoro essenzialmente manuale. Se si vuole meccanizzare, occorre fare investimenti considerevoli. Ascolti, tanto per dare un’idea: se si dovesse lavorare il terreno a banchetto o a ciglioni, per dare modo a piccoli cingolati o trattorini di intervenire, occorre investire 100 mila Euro per ettaro. Senza contare gli investimenti in macchinari… per un piccolo cingolato ci vogliono almeno 60, 70 mila Euro”
“Questo significa che un giovane ci pensa due volte prima di fare viticoltura in montagna. Ci sono dei finanziamenti, in parte a fondo perduto o mutui agevolati a cui si può accedere. C’è da sottolineare che se hai già il padre o il nonno viticoltori con un’azienda bene avviata allora vale la pena mettersi in gioco, fai dei miglioramenti, altrimenti, se devi partire da zero, o recuperare vecchie vigne abbandonate cominciano le difficoltà. È un’agricoltura di sacrificio, di forte impegno economico. Si è persa un po’ la cultura della vigna che un tempo esisteva. Con un reddito che, tutto sommato, rimane modesto, questo non invoglia i giovani a buttarsi nell’impresa”
Presidente, ci può descrivere la situazione attuale della Cantina, lo stato dell’arte?
“Siamo partiti con 112 soci, oggi siamo 39!. Questo significa erosione del capitale umano, oltre che superfici coltivate sparite o abbandonate. Noi ci siamo trovati ad investire una decina di anni fa un milione e quattrocento mila euro per una sede nuova; se continuiamo di questo passo tra un po’ non saremo più in grado di gestire, perché non sarà più redditizia. Allora cosa stiamo facendo? Primo, cerchiamo di valorizzare le nostre uve, i nostri prodotti; in secondo luogo, cerchiamo di gestire in prima persona degli ettari di vigna. In cantina siamo, attualmente, 7 persone che gestiscono la cooperativa, tra cantiniere, enologo, amministratrice, punto vendita, due giovani sul territorio. Se si incrementano gli ettari di vigneto, i due giovani non bastano più. Occorre trovare qualcuno per lavorare, a tutti i livelli… c’è il dramma della manodopera”
Tutto questo porta a pensare che il futuro non è per nulla roseo
“Siamo in una situazione complicata, dobbiamo arginare questa ‘Caporetto’ a cui si aggiunge una burocrazia difficile da affrontare… tempi di risposta lunghi per cui non puoi né programmare, né pianificare, né svolgere il proprio lavoro in modo adeguato. Faccio un esempio pratico: vorremmo costituire un nuovo vigneto ai piedi del Castello di Cly, proprio per dare maggior valore alle nostre produzioni. Ma ecco che interviene l’Autorità competente dicendo che quella è un’area protetta, non si può fare niente. Parliamo di un terreno abbandonato, a rischio d’incendio, e noi impianteremmo un ettaro di vigneto dando risalto a un luogo completamente non curato, disastrato… questi sono i problemi a cui andiamo incontro”
Presidente, cosa rende unici i vini valdostani nel panorama enologico nazionale?
“I vini della Valle d’Aosta sono vini molto freschi, minerali, caratteri che vanno di moda adesso, sono molto di tendenza. Prima avevamo vini molto più pesanti, corposi, più complessi. Questo è derivante dalle condizioni pedoclimatiche locali. Non stiamo soffrendo la crisi commerciale che sta colpendo vini più rinomati e questo ci sta dando maggiore fiducia e coraggio a continuare una commercializzazione che non conosce crisi”
Le superfici vitate sono in diminuzione rispetto al passato, per vari motivi che lei ha evidenziato. Come risponde la cooperativa a questo problema?
“Come accennavo prima, o rileviamo noi i vigneti dismessi, che sono stati abbandonati dagli anziani viticoltori soci, o andremo a impiantare nuove vigne. Ma c’è il problema della manodopera, in quanto trovare nuovi giovani disposti ad integrarsi nella nostra squadra non è facile”

Vigneti a terrazzamento in Valle d’Aosta
Parliamo, ora di quei terrazzamenti, storici, nobili, di quelle pendenze impossibili che hanno la maggior parte dei vostri vigneti. Quali difficoltà si incontrano?
“In alcuni casi è la condizione di accesso al vigneto, ci sono mulattiere, piccoli sentieri sterrati percorribili con dei trattorini, ma poi, tra i filari, le operazioni sono tutte manuali e come si può immaginare tutte complicate dalle pendenze. Si devono costruire terrazze ma i costi sono esorbitanti, 500, 600 Euro a metro cubo, insostenibili dal punto di vista economico. E quindi si fanno questi ciglionamenti che però fanno perdere superficie coltivabile e mantenere la scarpata, con un aumento di ore di lavoro e di mantenimento. Lavorare in queste condizioni è davvero faticoso. Senza considerare che l’utile economico finale si riduce notevolmente. Si può ipotizzare come reddito integrativo ma i sacrifici da sopportare sono tanti”
Le sue parole, caro presidente, fanno riflettere. Occorrerebbe portare i suoi discorsi all’interno delle scuole, divulgarli in convegni o incontri dedicati, specifici…
“Io ho insegnato Agronomia ed Ecologia per 43 anni in un Istituto Agricolo della Valle d’Aosta, oggi sono anche presidente di un consorzio di prodotti ortofrutticoli valdostani, che è stato creato assieme ad alcuni dei miei ex allievi. Ho anche portato la mia voce agricola in carcere. Ho cercato di diffondere la mia anima contadina e credo che il ritorno sia stato, almeno da quello che vedo, appagante”
Andiamo in cantina ora, partendo dalla vostra filosofia, “Meno chimica, maggiore tecnologia”. La Crotta di Vegneron guarda con attenzione la sostenibilità ambientale: come si realizza questo concetto in vigna e in cantina?
“Innanzitutto devo dire che siamo certificati ‘EQUALITAS’. Utilizziamo alcuni accorgimenti pratici: ci preoccupiamo di tenere la cantina pulita e ordinata; mettiamo i solfiti solo al momento dell’imbottigliamento; facciamo una fermentazione veloce in modo da bloccare lo sviluppo di microrganismi e batteri indesiderati; utilizziamo lieviti selezionati ad hoc al fine di orientare il profilo aromatico del vino; cerchiamo di fare la malolattica in contemporanea al processo di fermentazione alcolica; vogliamo partire da uve perfettamente sane, conferite dai nostri associati; quando arriva la vendemmia la raffreddiamo a 5 gradi, in modo che non si verifichino fermentazioni spontanee nelle cassette. Si lavora più sul fisico, sul biologico, con l’assenza della chimica. Questa filosofia dalla cantina è trasferita nel vigneto, abbiamo un tecnico che segue tutti i processi, mantenendo i trattamenti nei termini di 4 o 5 all’anno, contro i 15 o 20 in media nei vigneti tradizionali. I diserbi sono fatti sotto fila, mentre i vigneti che coltiviamo direttamente stanno andando verso un regime biologico. Controlliamo a campione l’uva che arriva dai nostri conferitori, per evitare qualche fantasia di produttori un po’ furbetti”

Ingresso Miniera di Cogne
A questo punto, le chiedo di parlare dell’affinamento di alcune bottiglie presso le miniere di Cogne. Che tipologie di vini si prestano, quali differenze dal punto di vista organolettico si rilevano rispetto al metodo tradizionale in magazzino
“Desidero fare una premessa: noi abbiamo ottimi clienti nella valle di Cogne. Qui i gestori dei ristoranti sono normalmente del posto, rispetto a Cervinia o a Courmayeur, e si registra un forte attaccamento al territorio, una maggiore sensibilità rispetto ai prodotti regionali. Uno di questi ristoratori è il presidente della società che gestisce le miniere. Ci ha proposto la possibilità di potere affinare le nostre bottiglie. Abbiamo visto l’operazione come un’azione di marketing e abbiamo portato sù 500 bottiglie di Muscat e 500 di Fumin, altro vitigno autoctono che la Crotta di Vegneron, per prima, ha vinificato in purezza. Dopo un anno di miniera, il profilo aromatico dei due vini è completamente cambiato”
“Dalle analisi tecniche, abbiamo verificato che non si riscontravano differenze tra prima e dopo; quello che cambiava era, invece, la morbidezza, la rotondità del vino. Se il Muscat in cantina ha profumi più immediati, più impattanti, quello delle miniere in bocca rimane molto più dolce, suadente; in bocca meno minerale, quasi un vino da pasto. Sono evidenti profumi particolari, quale il profumo di pesca. Stesso discorso per il Fumin, vino dai tannini molto ruvidi, tipico valdostano che in miniera acquista rotondità. Sentito l’enologo della cantina, si ipotizza che, a parte i 2000 metri di altitudine delle miniere, un ruolo fondamentale lo gioca la percentuale di CO₂. Io personalmente avrei qualche suggestione diversa da introdurre come ad esempio il ‘silenzio in miniera’ e l’assenza di inquinamento elettromagnetico. È una materia da indagare, secondo me”
Vini autoctoni e vini internazionali sono Patrimonio della vostra cantina. Esiste un fiore all’occhiello, il vino simbolo de La Crotta di Vegneron sui mercati?
“Se si parla di vendite, sicuramente il Muscat, se si parla di riconoscimenti allora parliamo di Moscato Passito, vino eccezionale, se vogliamo con un mercato limitato, costa caro, da fine pasto… un Passito, il nostro, che viene citato già nel 1494, quando il Re Carlo VII di Francia arrivò in Valle d’Aosta, ospitato nel Castello di Issogne. Questa visita è rimasta nella storia per un pranzo pantagruelico: ‘Al vino dei Re è stato servito il Re dei vini, il Muscat Passito di Chambave’. Noi portiamo avanti una tradizione di 600 anni”

Il famoso Moscato Passito di Chambave, fiore all’occhiello del vostro territorio, della vostra cantina, riconosciuto in tutto il mondo. È un vino, tra l’altro, che possiede una grande capacità di conservarsi a lungo.
“I vini valdostani, per la loro mineralità, si conservano in maniera impressionante, soprattutto i bianchi. Contrariamenti a quanto si possa pensare, i vini bianchi valdostani sono molto longevi, rispetto ad altri bianchi nazionali, dotati solo di notevole acidità intrinseca. Decaduta questa acidità, diventano poco longevi. I nostri bianchi, se il tappo è appropriato, non hanno paura di invecchiare”
Per chiudere, guardiamo al futuro. Il mondo del vino sta attraversando un periodo complicato, è risaputo. Presidente, quali progetti sta mettendo in atto la Crotta di Vegneron per il territorio e per il futuro della cantina stessa?
“Voglio precisare, come prima cosa, il problema più importante, secondo me, che qui in Valle non funziona assolutamente, cioè ‘fare rete, sistema’. Non esiste una visione globale, che possa stare a cuore a tutti; ciascuno cerca di portare in porto la propria barca ed è finita lì. Non si riesce a trovare collaborazione né con le istituzioni né col Castello di Saint-Denis per valorizzare il territorio, noi con i nostri vini, con la nostra storia, loro per dare maggiore visibilità al Castello. Un mio desiderio sarebbe realizzare un vigneto ai piedi del Castello, per raccontare la storia di questo territorio, del castello e della nostra cantina”.
Ringrazio il presidente Neyroz.