Ci sono luoghi che hanno fermato il tempo, hanno fatto riscoprire il silenzio, ti sono venuti incontro con un’autenticità antica, che sanno ancora offrirti atmosfere di semplicità.

Tra le case di Bobbio Pellice. © Andrea Di Bella
Ci sono luoghi che incontri per caso, su una strada che non sai esattamente dove porta, dove ti accorgi, però, che è valsa la pena arrivarci; te ne accorgi dalle case, dalle pietre, dai fiori sulle ringhiere, dal viso della gente, dal loro modo di essere.
Ci sono luoghi vicini a te, semplici, fatti di mucche al pascolo, di fienili di una volta, di ringhiere di legno dimenticato, di botteghe scomparse e di locali del cibo che ancora resistono all’avanzare delle stelle in cucina, dove mangiare diventa la lettura di un libro del tempo passato, dove tutto quello che la natura ti offre viene servito così, senza fronzoli o alchimie strane.
Ci sono luoghi come la Trattoria del Centro di Bobbio Pellice che è rimasta lì, semplice e genuina, autentica e familiare, dagli Anni Venti, in un’antica villa circondata da un giardino, da fiori, da un pollaio vivace e attento con un mucchio di galline felici che razzolano e se la godono.

Trattoria del Centro. © Andrea Di Bella
Basta varcare la soglia d’ingresso nel giardino e poi, dopo 5 gradini, scansi qualche cordoncino di una tenda volante Anni Sessanta per accorgerti che stai entrando in un luogo d’altri tempi. Un corridoio con mattonelle vintage conduce in cortile, dominato da un tiglio meraviglioso e da alcuni tavoli in pietra e in legno, testimoni di un lungo viaggio nella storia di questa trattoria.
Se entri nella sala da pranzo, ti trovi un vecchio pavimento di legno e sei tavoli ordinati con tovaglie a quadri bianche e blu; poi, appoggiata alla parete una vecchia stufa con un’antica credenza e alcune finestre romantiche con tendine lavorate a mano da dove osservi il mondo agricolo di fuori.

ROBERTO, IL TITOLARE
“Questo locale è stato aperto dai miei bisnonni, nel 1920 – racconta Roberto, il titolare -. È stata sempre una trattoria; la fortuna del locale, all’inizio, sono stati gli alpini che sono arrivati per costruire le caserme qui in zona. I miei nonni dicevano, scherzando, che erano stati gli alpini a pagare il mutuo della casa, perché i contadini di Bobbio non avevano soldini, ogni tanto un bicchiere di vino, invece gli alpini andavano in libera uscita e venivano a mangiare e a bere”.
“Erano gli antenati di mia madre che avevano acquistato la villetta. Qui c’erano anche le mucche, la stalla e il fienile. Solo a partire dagli Anni Settanta qui sono arrivati i villeggianti, i turisti da Torino, quando l’italiano medio aveva iniziato a scoprire il turismo, ad andare in vacanza. D’estate c’era l’invasione, c’era da impazzire per quanti turisti riuscivano ad arrivare fin qui. A questo punto sono stati vendute le mucche e si sono dedicati solo alla trattoria… c’era tanto lavoro”.
“Io avevo 8 anni, ricordo che avevamo pianto tutti quando le mucche ci hanno lasciati, e prima avevano venduto il mulo; lui era amico di tutti, veniva nei campi con noi, ci volevamo bene”.
Il dialogo avviene sotto il maestoso tiglio piantato al centro del cortile: erano stati i bisnonni a piantarlo quando avevano comprato la casa. Ombra e profumo servono a coprire questo angolo suggestivo fatto di tavoli, con una vecchia fontana in fondo, un po’ di attrezzi che servivano per andare in campagna a lavorare la terra, un po’ di fiori e di vecchi vasi di terracotta, e più in là, nel recinto, il pollaio delle galline governato da un cane mansueto che mi ha abbracciato fraternamente e gioioso.
“Oggi i turisti non mancano, ma non come l’invasione degli Anni Settanta, quando le città si svuotavano e le Fiat Cinquecento erano cariche fin sopra il tetto”.
“A me non piaceva il lavoro in trattoria, neanche a mio fratello e a mia sorella; poi mi sono trovato lì, chiudere mi dispiaceva, avevo 25 anni, avevo studiato, fatto un po’ l’Università, avevo girato l’Europa con gli amici, in autostop. Nel frattempo qui volevano chiudere e con la mia ex moglie abbiamo deciso di continuare noi l’attività. Abbiamo provato ed eccomi qua”.
“Oggi la trattoria apre quella stanza e mette a disposizione il cortile. Siamo aperti anche d’inverno, i miei figli non si sono fermati e siamo io e Arianna, la cuoca. In questo periodo c’è Filippo in sala, oggi è il suo primo giorno di lavoro (complimenti al giovane che serve ai tavoli con rispetto, signorilità, estrema cortesia e garbo Ndr), che si alterna col figlio di Arianna in altri momenti”.
“Non è facile che i giovani si fermino, preferiscono girare il mondo. la nostra è una cucina casalinga, gliel’ho detto ad Arianna: ‘questo non è un ristorante, è come accogliere gli amici a casa, deve essere una cucina casalinga”.
“Il paese ha visto andare via tante persone che poi ritornano a 60 o 70 anni, magari nella stessa casa da dove sono partiti. Oggi il borgo è abitato da Bobbiesi ma anche da altri che sono venuti da fuori, la maggior parte da Torino, alla ricerca di una vita sana, di ritmi lenti, di natura che qui rimane quasi intatta. Ricordo che quando ero bambino, a scuola eravamo tutti del paese. Oggi l’economia è basata sull’allevamento soprattutto. Qui il tempo scorre lento, si sente ancora il tocco della campana dell’antico campanile che domina il paesaggio. Io vado a tagliare la legna nel bosco per scaldare la mia casa, non vado in palestra. Progetti? Penso solo alla salute!”.

Roberto è una persona rassicurante, si chiacchiera piacevolmente con lui, è uno storico, è una persona soddisfatta dalla vita che ha fatto, forse un po’ deluso dai giovani che scappano via, che non si dedicano più alle attività offerte dal territorio.
Prima di lasciare questo luogo di silenzio varco la soglia della cucina ed ecco Arianna, la cuoca. Scambio con lei due parole sulla cucina tipica di questa valle e sull’offerta della trattoria.
ARIANNA, LA CUOCA
“La cucina della Val Pellice – ribadisce Arianna – è una cucina di montagna, con ingredienti semplici, genuini e del territorio. Una cucina robusta, nata per dare energia a chi lavorava la terra e viveva i ritmi della montagna, ma ricchissima di sfumature aromatiche”.
“Alla Trattoria del Centro non c’è la classica cucina piemontese, quella caratterizzata da piatti come il vitello tonnato o gli agnolotti per intenderci, ma una cucina più semplice, stagionale e contadina, cucinata sul “putagè” (la cucina a legna di tradizione piemontese) che, instancabilmente, si accende ogni mattina, d’inverno, da due generazioni”.

Assaggi di antipasti. © Andrea Di Bella
“I piatti che io e Roberto prepariamo in trattoria sono il connubio tra la semplicità montanara e la ricercatezza dei prodotti del territorio e della sua terra, i sapori dei boschi e dei prati: la farina di castagne e il miele della Valle diventano una torta che scalda l’anima, le erbe spontanee di montagna come il ‘Luvertin’ (luppolo selvatico) e le ortiche sono la base per frittatine aromatiche speciali; il ragù cotto ore sulla cucina a legna va a condire gli spaghetti in un matrimonio perfetto, senza dimenticare le patate di montagna che sono la spina dorsale di moltissimi piatti quotidiani”.
“La nostra filosofia si basa sulla semplicità e sul calore. Chi entra in Trattoria deve posare gli abiti frenetici del 2026 caratterizzati dal chiasso e dal cibo veloce e senz’anima e prepararsi a vivere un esperienza di gusto e di pace che ha il sapore della semplicità contadina di quegli anni che non tornano più. E poi, l’accoglienza. Si ricevono i clienti come si accolgono i nipoti a casa della zia, senza il distacco classico dei ristoranti ma come se si arrivasse in famiglia”.
L’esperienza vissuta visitando il paese e mangiando nella Trattoria del Centro mi ha restituito gioia e consapevolezza che esistono ancora luoghi del cibo autentico. Qui le uniche stelle sono solo quelle che brillano luminose, la notte, in un cielo che riesce ancora a regalare sogni, nel silenzio di un mondo che sta scomparendo, nella bellezza di una natura che ti viene incontro ad ogni passo.