Visto da lontano, il complesso del Monte Fumaiolo si presenta come una zattera arenatasi sulla battigia d’argille scagliose: un complesso caotico eterogeneo prevalentemente argilloso con inglobati frammenti litologici di varia natura. Questa scogliera marina di calcare misto ad arenaria è il più antico insieme alloctono presente nell’Appennino forlivese insieme alla Verna, alle creste della Perticara e di San Marino. Si sono creati così i terreni adatti al pascolo e allo sviluppo di boschi di faggio, ma poveri per l’agricoltura. Il paesaggio è così un susseguirsi di radure e alpeggi dove gli abitati sono disposti in piccoli borghi e le case sparse sono meno diffuse che in altre aree dell’Appennino Tosco-Romagnolo.
Il Monte Fumaiolo (s.l.m. 1407 IGM) è il rappresentante più elevato di un piccolo gruppo montuoso costituito dal Monte Aquilone (s.l.m. 1355 IGM); il Morticino (s.l.m. 1348 IGM); dalla Ripa della Moia (s.l.m. 1314 IGM) e da Monte Castelvecchio (s.l.m. 1254 IGM). Sul gruppo confluiscono tre vallate create dai fiumi Tevere, Marecchia e Savio. Chi si ponga sul sagrato della chiesa di S. Maria Assunta delle Balze, volgendo le spalle al Fumaiolo, avrà alla sua destra l’acqua piovana delle Vene del Tevere che si riversa nella val Tiberina; quella che cade alla sua sinistra scorrerà verso il Marecchia con le Sorgenti del Senatello.
La presenza delle acque sorgive della Mula; della Moia Alta e Bassa; della Radice; degli Altari-Campaccio; del Senatello (pochi mesi dopo la fine della prima guerra mondiale, il Consorzio delle Acque dei comuni di Cesena e Ravenna dava inizio ai lavori di intubazione delle sorgenti), con le vene dei fiumi Savio, Senatello e del Tevere costituirono, con le oscure profonde faggete, l’ambiente ideale per il sorgere del movimento eremitico e monastico nell’alta valle del Tevere: ricordata nel X secolo come “massa Verona”, diocesi di Città di Castello, contea di Arezzo.
Sorsero quindi per fede e per opportunità non lontano dalle scaturigini dei fiumi tre il X e l’XI sec. l’eremo di Ocri (Ogre); di S. Giovanni “inter ambasparas” (Cella); il monastero di S. Michele Arcangelo di Verghereto; l’eremo di S.Alberico (oggi lussuoso resort); l’abbazia di S. Maria in Trivio presso le Ville di Montecoronaro; la pieve di S. Maria in Vignola presso la Falera delle Balze: come ricorda la tradizione ad opera di S. Pier Damiani, S. Romualdo e S. Alberico. O più verosimilmente da parte di feudatari laici e religiosi.
In questo contesto ambientale l’abitato di Balze, il 17 luglio 1494, fu teatro privilegiato del miracolo “dell’Apparizione”: quando la Madonna apparve a due sorelle smiracolandole da menomazioni fisiche.
I poggi strategici al controllo delle via di comunicazione e ai traffici delle merci, le vette più anguste dei monti dirupanti su fossi e gole profonde divennero, con il possesso del territorio nei corsi dei tempi, insediamenti militari di controllo e di rifugio: sia dei signorotti locali, sia di feudatari e signorie ecclesiastiche-religiose a protezione della autarchica economia silvo-pastorale locale.
I castelli di Montecoronaro; del Trivio; del Cotolo; di Colorio; di Monte Petroso; di Monte della Cella e Verghereto, passarono con l’andar del tempo, di proprietà e conferimento feudale nel gioco pericoloso delle alleanze e delle acquisizioni in una sorta di “Monopoli” “ante litteram”. Uno spaccato della struttura civile e militare delle località ci è dato dalla “Descriptio Romandiolae”, del Cardinale Angelico de Grimoard, governatore ecclesiastico della Romagna nel 1371. Le solitudini boscose e prative della Massa Verona, dela Val di Bagno e della Massa Trabaria, si erano venute progressivamente popolando. Piccoli agglomerati di abitazioni si erano sviluppati accanto agli insediamenti religiosi; la foresta era stata diradata e ridotta a coltura.
Un territorio storicamente sottoposto alla giurisdizione di Firenze fin dal XIV secolo ebbe un sussulto con il regio decreto del 4 marzo 1923: quando sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, annetté i dodici comuni del circondario di Rocca San Casciano alla nuova costituenda provincia di Forlì: la città della sua adolescenza, degli studi e della crescita politica. A tal fine pose mano alle carte e ridisegnò i confini regionali e provinciali. Distaccò e accorpò i comuni della antica Romagna-Toscana (Bagno di Romagna; Verghereto; Santa Sofia; Premilcuore; Rocca San Casciano; Dovadola; Portico-San Benedetto; Tredozio e Modigliana) ai restanti romagnoli.
Costituire la provincia di Forlì e corredarla di un territorio geograficamente importante con una popolazione numerosa e attiva nell’economia regionale, valeva a stabilire una sorta di personale protettorato sulla “sua” terra d’origine. Il confine con la Toscana venne arretrato verso sud, portato lungo il crinale appenninico; le Vene del Tevere con l’intero comune di Verghereto insieme agli altri passò a far parte della nuova provincia. Con questa operazione a nessuno sfuggì un altro risultato di grande impatto emotivo e d’immagine: il “fiume sacro ai destini di Roma” nasceva d’ora in avanti in Romagna; la storia lo avrebbe confermato. Di converso, le abitudini della vita quotidiana dei montanari e della loro misera economia silvo-pastorale non mutò di molto, come del resto quella degli abitanti della nuova provincia di Forlì.
Della situazione socio-sanitaria del territorio e della popolazione alpestre scriveva nella sua relazione indirizzata al sindaco, Antonio Zuccardi, ufficiale sanitario del Comune di Verghereto: “Le farine di grano, di grano turco, di castagne, i legumi come fagioli e patate; i latticini, le carni di maiale sono gli alimenti solidi più diffusi fra i coloni. Si fa abbondante uso di carne irrancidita e affumicata, che è nociva alla salute”.
Fino al 1920, si accedeva alle Balze solamente con la cavalcatura a sella o a piedi. La costruzione della calessabile, le prime “Balilla” che si inerpicheranno per la strada polverosa avvieranno il cambiamento con i primi visitatori di “massa”. Quanti giungevano alle Balze, salivano poi al Poggio delle Vene del Tevere, del Monte Aquilone, alla Ripa della Moia, alle Celle o al Morticino, reclutando a pagamento muli e cavalli dei “balzerai”, incluso l’accompagnatore per l’intera giornata: la cui prestazione era compensata con £. 2,00. Tra i viaggiatori di riguardo si ricorda Leopoldo II, Granduca di Toscana che nel mese di ottobre del 1835 sostò alle Balze visitando le Vene del Tevere. Il passaggio dell’augusta persona è ancora ricordato nella lapide che occhieggia sulla facciata di casa Miliani alle Balze.
Numerosi furono poi gli scrittori e i viaggiatori che si avventurarono alla scoperta delle Vene e delle alte montagne che degradano verso la pianura che ha per sfondo nelle giornate chiare la linea azzurrina del mare Adriatico: come lo scrittore Pietro Pancrazi, nella “Visita al Tevere”, in “Donne e Buoi dei Paesi tuoi”, Vallecchi ed., Firenze, 1930.