A cavallo tra Lazio e Umbria, su una collina di tufo che guarda la Valle del Tevere, Castiglione in Teverina porta in sé millenni di storia etrusca, un museo del vino fuori dal comune e una vendemmia che profuma tutta la piazza
In autunno, in certi borghi del Lazio settentrionale l’aria ha una qualità particolare: sa di mosto, di pietra scaldata e di quel fresco improvviso che arriva dal Tevere quando il sole cala dietro le colline. E Castiglione in Teverina, in provincia di Viterbo, è uno di quei posti che si conquista lentamente, senza annunciarsi con grandi cartelli sulla statale.
Sorge su uno sperone di tufo grigio-dorato, la stessa roccia vulcanica che l’Etruria ha usato per secoli come materiale da costruzione e da sepoltura, a una manciata di chilometri da Orvieto, eppure conserva un’atmosfera che la grande città umbra, con i suoi pullman turistici, ha perso da tempo. La Valle del Tevere qui sotto è larga e silenziosa e il borgo la domina dall’alto con la compostezza di chi sa di avere dalla sua parte oltre 2.000 anni di storia.
La rupe etrusca e i Farnese: dove inizia la storia
Le radici di questo posto affondano almeno nella metà del IV secolo avanti Cristo: gli Etruschi, popolo che aveva con il tufo un rapporto quasi viscerale, lasciarono qui tracce di insediamento che i secoli successivi hanno stratificato senza cancellare. Il centro abitato nella forma che vediamo oggi nacque intorno all’anno Mille, costruito attorno a una rocca difensiva.
Nel 1351, dopo la distruzione del vicino villaggio di Paterno, gli abitanti si trasferirono definitivamente tra queste mura, e il borgo prese la fisionomia attuale con la sua Rocca dei Monaldeschi, il cardine visivo del paese.
Poi arrivarono i Farnese, la famiglia che tra il 1539 e il 1637 tenne il paesino sotto la propria influenza, lasciando il segno nell’architettura e nell’organizzazione del territorio. Quella stratificazione di poteri è ancora leggibile nelle pietre, nei portali e nelle chiese che punteggiano il centro storico senza ostentazione.
Passeggiare tra i vicoli di tufo a quest’ora dell’anno, con la luce autunnale che taglia bassa e si fa dorata, è un’esperienza che ha qualcosa di unico: la roccia assorbe il calore di giorno e lo restituisce la sera, regalando la sensazione di camminare dentro un materiale vivo.
Il museo che racconta l’uva attraverso i secoli
Castiglione in Teverina non si limita all’etichetta generica di paese del vino, ma la abita in modo strutturato e consapevole. Qui ha sede il Museo del Vino (MUVIS), uno dei più completi del Lazio centrale e soprattutto il più grande d’Europa, che racconta il rapporto tra queste colline vulcaniche e la viticoltura attraverso strumenti antichi, documenti, botti e testimonianze che risalgono all’epoca etrusca. Gli Etruschi, del resto, furono tra i primi viticoltori sistematici dell’Italia peninsulare.
Trovare un museo che mette in relazione quella tradizione millenaria con le tecniche moderne di vinificazione, in un borgo di meno di 3.000 abitanti, è una di quelle piccole sorprese che il turismo lento sa ancora riservare. Le sale mostrano torchi, contenitori in terracotta, attrezzi da potatura con forme rimaste pressoché invariate in duemila anni, il tutto senza enfasi didattica eccessiva.
L’area intorno al borgo appartiene alla zona DOC Orvieto, alla Tuscia DOC e alla più recente denominazione Vignanello, con una produzione che punta soprattutto su vitigni autoctoni come il Grechetto e il Procanico. La qualità è alta e i prezzi ancora ragionevoli, il genere di combinazione che nei prossimi anni potrebbe non durare.
di Serena Proietti Colonna by sportoutdoor24