E se una materia antica potesse raccontarci l’uomo contemporaneo? È una domanda che nasce spontanea davanti a un gioiello realizzato in marmo di Carrara, soprattutto quando quella stessa materia appartiene da secoli all’immaginario della grande scultura italiana. Il marmo, associato alla monumentalità, alla permanenza e alla forza, cambia scala e diventa qualcosa di intimo: un oggetto da indossare, quasi una seconda pelle. È proprio in questa trasformazione che si apre una riflessione più ampia sul nostro tempo. Perché anche l’arte, oggi, sembra chiederci di ripensare ciò che consideriamo stabile, definitivo, immutabile.

Collana con ciondolo
Dalla monumentalità all’intimità
Il 19 settembre 2026, in occasione di Marmomac 2026, il Muraless Art Hotel di Castel d’Azzano, alle porte di Verona, ha ospitato Marmo+Art, un format destinato a diventare un appuntamento annuale dedicato al rapporto tra marmo, arte, design e creatività. Al centro dell’edizione è stata la collezione “IO” di Ha.Ma. Gioielli, brand fondato dalla designer e artigiana Cristina Citton, che porta il marmo bianco di Carrara dalla dimensione della scultura a quella del gioiello contemporaneo.
È un passaggio tutt’altro che semplicemente estetico. La grande scultura parla alla collettività, occupa lo spazio, impone la propria presenza. Il gioiello, invece, entra nella sfera privata: si avvicina al corpo, accompagna una persona, diventa parte della sua identità. La stessa materia può dunque cambiare significato quando cambia la scala attraverso cui la osserviamo. Ed è forse proprio questo uno dei tratti più interessanti della contemporaneità: trasformare il monumentale in personale, il patrimonio in esperienza, la tradizione in un linguaggio capace di parlare al presente.
Il marmo e la nostra fragilità
La collezione IO nasce da una contraddizione: quella di una materia apparentemente invincibile che, attraverso la mano dell’artista, può diventare leggera, delicata, quasi fragile. È una metafora potente dell’essere umano contemporaneo, sospeso tra forza e vulnerabilità, bisogno di affermazione e necessità di protezione. Il marmo diventa così specchio dell’identità. Ogni frammento è diverso, ogni venatura racconta una storia irripetibile e la lavorazione non cancella questa unicità, ma la valorizza. L’artista non combatte la materia per renderla perfetta: la ascolta, la interpreta, la trasforma. Non è forse ciò che accade anche a noi? Quanto della nostra identità nasce proprio dalle imperfezioni, dalle stratificazioni, dalle trasformazioni che attraversiamo?
Quando il processo diventa opera
Uno degli aspetti più significativi di Marmo+Art è stata la performance live di Cristina Citton, che ha realizzato davanti al pubblico un gioiello partendo da una lastra di marmo. Dal disegno alla lavorazione, fino alla definizione dell’oggetto, il processo creativo è diventato visibile. È un elemento particolarmente interessante in un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza. Siamo abituati a vedere il risultato, molto meno ciò che lo precede. L’opera finita appare sullo schermo senza mostrarci il tempo, la fatica, l’errore, la manualità. Qui, invece, il tempo della creazione torna ad avere un valore. Guardare una materia trasformarsi lentamente davanti ai nostri occhi significa recuperare una dimensione quasi contemplativa dell’arte. Significa ricordare che creare non è semplicemente produrre, ma attraversare un processo fatto di scelte, pazienza e conoscenza.
Due generazioni, una stessa materia
Il percorso espositivo metterà inoltre in dialogo le creazioni di Cristina Citton con le opere scultoree del padre, Luigi Citton. Due generazioni, due linguaggi, due scale differenti per raccontare la stessa materia. Da una parte la scultura, con la sua vocazione monumentale; dall’altra il gioiello, che porta la materia vicino al corpo. Un dialogo che racconta anche qualcosa di più profondo: il modo in cui la tradizione può essere trasmessa senza essere semplicemente replicata. La cultura non sopravvive quando rimane immobile. Sopravvive quando qualcuno la raccoglie e la trasforma. In questo senso, il passaggio dal padre alla figlia non è soltanto familiare: diventa emblematico del rapporto tra memoria e innovazione, tra eredità e libertà creativa.
Il Made in Italy oltre lo stereotipo
Marmo di Carrara, sapere artigianale, design e creatività contemporanea compongono una narrazione del Made in Italy che va oltre il semplice valore commerciale. Qui l’eccellenza italiana viene interpretata come capacità di trasformare una materia in cultura e un sapere antico in innovazione. È una prospettiva importante in un momento in cui il rapporto con l’artigianalità sta cambiando. Per anni la modernità è stata associata alla produzione industriale, alla velocità, alla serialità. Oggi cresce invece il desiderio di recuperare ciò che è unico, fatto a mano, riconoscibile. Il gioiello in marmo diventa allora qualcosa di più di un accessorio: è una dichiarazione di appartenenza a un’idea diversa di bellezza, nella quale l’unicità torna ad avere un prezzo ma, soprattutto, un significato.
La sostenibilità comincia da ciò che scartiamo
C’è poi un’altra questione, apparentemente lontana dalla poesia della materia: che cosa accade a ciò che consideriamo uno scarto? Il progetto apre infatti una riflessione sull’economia circolare nel settore lapideo. Frammenti e parti di marmo derivanti dalle lavorazioni possono trovare una nuova vita attraverso il design, trasformandosi in gioielli scultorei, micro-sculture e oggetti di wearable art. È un cambio di prospettiva significativo: lo scarto non viene più considerato semplicemente qualcosa da eliminare, ma una materia alla quale attribuire un nuovo valore. Non si tratta soltanto di riciclare: si tratta di reinterpretare. E forse è proprio questa una delle sfide dell’arte contemporanea: insegnarci a guardare diversamente ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Una delle camere dell’Hotel dedicata all’opera Aida. Artista street art: Gatto Nero
Un museo che si può abitare
A rendere ancora più interessante l’evento è stato il luogo che lo ospita: il Muraless Art Hotel, concepito come una vera e propria galleria d’arte immersiva, dove le opere non sono confinate alle pareti di un museo, ma entrano negli spazi dell’ospitalità. È una concezione dell’arte che appartiene pienamente al nostro tempo. Dove deve stare l’arte? In un museo, in una galleria, oppure può entrare negli alberghi, nei ristoranti, negli oggetti che utilizziamo, negli ambienti che abitiamo? La risposta sembra essere sempre più orientata verso la contaminazione. L’arte non perde il proprio valore quando esce dai luoghi istituzionali: può, al contrario, diventare esperienza quotidiana. È una galleria che si attraversa, si vive, si abita.
Un nuovo Rinascimento?
Il progetto Marmo+Art viene letto come una possibile metafora di un “secondo Rinascimento”, una stagione nella quale creatività, contaminazione e capacità progettuale tornano a essere strumenti di trasformazione. Il paragone con il Rinascimento italiano può sembrare ambizioso, ma contiene una suggestione interessante. Anche allora arte, tecnica, scienza, artigianato e cultura non vivevano in compartimenti separati. La figura dell’artista era spesso anche quella dell’inventore, del progettista, dell’artigiano. Oggi, in un mondo che tende a dividere tutto in categorie, forse abbiamo nuovamente bisogno di contaminazioni. Arte e design, tecnologia e manualità, tradizione e innovazione possono tornare a dialogare.
Leggere il presente attraverso l’arte
Ed è qui che un gioiello di marmo smette di essere soltanto un gioiello. Diventa una domanda sul nostro rapporto con la materia, con il tempo, con l’identità. Ci ricorda che ciò che appare duro può diventare fragile, che ciò che sembra destinato alla monumentalità può diventare intimo, che ciò che consideriamo uno scarto può acquisire un nuovo significato. Leggere il presente attraverso l’arte significa proprio questo: imparare a vedere, dentro un oggetto, le domande del nostro tempo. E allora forse la questione non è soltanto capire come il marmo possa diventare un gioiello. La domanda più interessante è un’altra: quante trasformazioni siamo ancora capaci di immaginare?


Artista: Cristina Citton