Una tomba, un tesoro, una storia che continua a interrogare il presente. Dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027, Palazzo Belloni apre le sue sale a Tutankhamon: la tomba, il tesoro, la maledizione, una mostra immersiva che conduce il visitatore nel cuore dell’Antico Egitto, seguendo le tracce della scoperta che nel 1922 trasformò il nome di un giovane faraone in una delle icone più celebri della storia.
Non è necessario attraversare il Mediterraneo per trovarsi davanti alla tomba di Tutankhamon. E non è necessario essere egittologi per lasciarsi conquistare dalla sua storia. La mostra nasce proprio come esperienza visiva e narrativa per chi desidera avvicinarsi a quella civiltà attraverso la ricostruzione di ambienti, oggetti, immagini e rituali. Un viaggio nel tempo, più che una semplice esposizione.

Profilo del busto del faraone Akhenaton.
La tomba di Tutankhamon: entrare nella storia
Il percorso riprende idealmente i passi compiuti da Howard Carter quando, il 4 novembre 1922, individuò l’ingresso della tomba nella Valle dei Re. Da quel momento, la storia dell’archeologia non sarebbe più stata la stessa.
Ma cosa vide davvero Carter quando riuscì a penetrare nella sepoltura? Quale impressione poteva suscitare l’apertura di stanze rimaste sigillate per oltre tremila anni? E soprattutto: che cosa raccontano quegli oggetti di un faraone morto giovanissimo e di una civiltà che concepiva la morte come un passaggio verso un’altra forma di esistenza?
Sono alcune delle domande che accompagnano il visitatore lungo il percorso. La mostra non espone i reperti originali del tesoro di Tutankhamon. Ciò che si incontra nelle sale è una ricostruzione fedele del corredo funerario, realizzata da artigiani e scultori specializzati e certificati, capace di restituire al pubblico la straordinaria quantità e varietà degli oggetti rinvenuti nella tomba. Il valore dell’esperienza sta dunque nella possibilità di vedere ricomposto, davanti ai propri occhi, quell’universo che al Cairo è oggi necessariamente distribuito e conservato secondo criteri museali e di tutela.
Zahi Hawass, dalla parola alla scoperta
A rendere ancora più significativa l’apertura bolognese è stata la presenza di Zahi Hawass, una delle figure più autorevoli dell’egittologia contemporanea. Sabato 3 ottobre, nella giornata inaugurale della mostra, il celebre archeologo ha portato a Bologna la propria voce e la propria esperienza: in mattinata, al Centro San Domenico, la sua Lectio Magistralis ha registrato il tutto esaurito, prima di condurlo nel pomeriggio a Palazzo Belloni per il taglio del nastro della mostra.
A seguire, Hawass ha incontrato il pubblico per il firmacopie del suo libro L’uomo con il cappello, in un momento più intimo e diretto. Una giornata che ha così unito la parola dell’archeologo all’esperienza della mostra: prima il racconto e la conoscenza, poi l’ingresso simbolico nella tomba del faraone. È quasi come se il viaggio verso Tutankhamon fosse cominciato dalla voce di chi ha dedicato la propria vita a riportare alla luce l’Egitto. E dopo aver ascoltato Hawass, varcare le sale di Palazzo Belloni assume un significato diverso: non si entra semplicemente in una mostra, ma dentro una storia che continua, da oltre un secolo, a interrogarci.
Dalla genealogia al volto del faraone
Prima ancora della tomba c’è l’uomo. O meglio, il ragazzo destinato a diventare faraone. Il viaggio comincia dalle sue origini, attraverso la genealogia di Tutankhamon, per entrare nella complessa rete familiare che conduce ad Akhenaton e alla figura di Nefertiti. Una grande parete racconta la potenza di Akhenaton, mentre l’avatar di Howard Carter accompagna il pubblico dentro la storia della dinastia.
Ed è qui che la vicenda comincia a diventare più complessa di quanto possa suggerire l’immagine rassicurante del faraone bambino. Chi era davvero Tutankhamon? Quali equilibri di potere si nascondevano dietro la sua ascesa al trono? E quanto della sua breve esistenza possiamo ancora ricostruire attraverso ciò che è rimasto?
La Camera Funeraria: il luogo dell’eternità
Poi la soglia della Camera Funeraria. La ricostruzione restituisce le pareti decorate con le scene che accompagnavano il sovrano nel viaggio verso l’aldilà. Le immagini non sono semplicemente decorative: raccontano una concezione del mondo nella quale la morte non rappresentava una conclusione, ma un passaggio da preparare, proteggere e governare attraverso rituali precisi.
Accanto al faraone compare una figura particolarmente singolare: un uomo raffigurato con la pelle di leopardo, legato al mondo sacerdotale e destinato a diventare una presenza fondamentale nella successione al giovane sovrano. È una figura che apre una delle pagine più intriganti della vicenda di Tutankhamon: chi avrebbe raccolto l’eredità del faraone bambino? E quanto contava il potere religioso all’interno della corte? La mostra lascia che siano il percorso e le immagini a suggerire le risposte.

Camera funeraria: Tutankhamon con il Sacerdote Ay.
La maschera: quando un volto diventa un’icona
E poi arriva lei: la maschera funeraria di Tutankhamon. È probabilmente l’immagine più conosciuta dell’Antico Egitto, quella che ha trasformato il volto del giovane faraone in un’icona universale. Oro, pietre, simboli e geometrie compongono un’immagine nella quale il potere terreno incontra la dimensione divina.
Attorno alla maschera compaiono altri elementi del corredo reale: i sandali e i ditali d’oro, una delle corone del faraone e il celebre pugnale in ferro meteoritico, la cui origine continua a suggerire quanto sofisticata fosse la conoscenza dei materiali nell’antico mondo egizio. Davanti a una simile ricostruzione è inevitabile chiedersi: perché un giovane sovrano venne accompagnato nell’aldilà da una quantità tanto straordinaria di oggetti? E cosa può dirci un corredo funerario sulla concezione della vita, del potere e della morte di una civiltà?
Tre sarcofagi per un viaggio verso l’eternità
Il percorso conduce quindi ai tre sarcofagi di Tutankhamon, ricostruiti attraverso le diverse forme e decorazioni che proteggevano il corpo del sovrano. Il primo, rivestito d’oro, è decorato con pietre e paste vitree e con le figure delle divinità femminili incaricate di proteggere il faraone. Il secondo presenta caratteristiche tanto differenti da aver portato Carter a ipotizzare che fosse stato concepito originariamente per un altro sovrano e successivamente adattato.
Infine, il terzo sarcofago, quello in oro massiccio, custodiva la mummia del giovane faraone. Tre involucri, uno dentro l’altro. Una protezione progressiva. Una straordinaria dimostrazione di come gli Egizi trasformassero la sepoltura in un complesso sistema simbolico destinato a garantire l’eternità.
La Stanza del Tesoro e lo sguardo di Anubi
Il viaggio prosegue nella Stanza del Tesoro, dove ad accogliere il visitatore è Anubi, il dio dalla testa di sciacallo associato alla mummificazione e alla protezione dei defunti. Qui la ricostruzione restituisce l’impressione di entrare nel cuore stesso della sepoltura: il grande sacrario ligneo dorato, i vasi canopi, gli archi, le statue, gli amuleti e gli oggetti rituali ricompongono davanti agli occhi quella straordinaria quantità di beni destinati ad accompagnare il faraone nell’aldilà.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti dell’esperienza: vedere il tesoro non come una somma di oggetti preziosi, ma come un sistema di simboli. Ogni elemento aveva una funzione. Ogni immagine un significato. Ogni oggetto partecipava alla costruzione di quella che gli Egizi consideravano la possibilità di una nuova vita.
La maledizione: tra leggenda e storia
E poi c’è la maledizione di Tutankhamon, una delle leggende più longeve nate attorno alla scoperta. La mostra affronta anche questo capitolo, accanto alla ricostruzione delle condizioni fisiche del faraone e alla sua mummia. Il giovane sovrano appare così lontano dall’immagine idealizzata restituita dalla celebre maschera: fragile, segnato da problemi di salute e morto in età giovanissima.
Dove finisce la storia e dove comincia il mito? La cosiddetta maledizione appartiene davvero alla tomba o nasce soprattutto dalla fascinazione esercitata dalla scoperta sull’immaginario collettivo? Anche qui, il percorso invita più a interrogarsi che a fornire facili risposte.
Dalla morte alla mummificazione
L’ultima parte della mostra riporta alla concretezza del rituale: la mummificazione. Attraverso ricostruzioni e apparati esplicativi vengono illustrate le diverse fasi della preparazione del corpo, compreso il lungo processo di essiccazione con il natron. È il momento in cui la morte torna ad essere materia, tecnica, rituale. E forse proprio qui si comprende meglio quanto fosse profondo, nella cultura egizia, il desiderio di preservare il corpo per garantire continuità all’esistenza.
Palazzo Belloni: un’altra storia dentro la storia
Ad amplificare il fascino della mostra è la sua stessa cornice. Palazzo Belloni, in via de’ Gombruti, non è infatti un semplice contenitore espositivo. Dietro l’apparente sobrietà della facciata custodisce interni sontuosi e una monumentale scalinata progettata da Giuseppe Antonio Torri, arricchita da statue e affreschi.
La storia del palazzo è legata alla fortuna della famiglia Belloni, arrivata a Bologna dalla Lombardia e protagonista dell’ascesa economica della città tra Seicento e Settecento. Ma il palazzo conserva anche la memoria dei soggiorni di Giacomo III Stuart, che vi fu ospitato più volte tra il 1717 e il 1726. Due mondi apparentemente lontanissimi si incontrano così nelle stesse sale: la storia aristocratica di Bologna e quella millenaria dell’Egitto dei faraoni.
Un viaggio nel tempo, senza partire
La mostra di Palazzo Belloni non promette di sostituire l’esperienza di trovarsi davanti agli originali custoditi al Cairo. Offre qualcosa di diverso: la possibilità di entrare fisicamente nella narrazione di una delle scoperte archeologiche più celebri della storia, ricostruendone gli ambienti e osservandone il tesoro nella sua quasi vertiginosa complessità. L’avatar di Howard Carter, il Libro Magico che introduce al percorso, le fotografie di Harry Burton, la realtà virtuale e la ricostruzione della Camera Funeraria costruiscono un racconto pensato per rendere accessibile una civiltà lontana migliaia di anni. E forse, uscendo dalla mostra, resterà una domanda più forte delle altre.
Che cosa ci affascina davvero di Tutankhamon? Il suo tesoro, il mistero della sua morte, la bellezza della civiltà egizia o la possibilità, ancora oggi, di affacciarci per un istante sulla soglia di un mondo che credeva di aver sconfitto la morte?
Per trovare la propria risposta, il viaggio comincia a Bologna.
Informazioni utili
Tutankhamon: la tomba, il tesoro, la maledizione
Palazzo Belloni – Via de’ Gombruti 13/A, Bologna
Dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027
Orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00. Ultimo ingresso alle 18.00.
Organizzazione: Spazio Mostre per StoricaLab
Direttore scientifico & Lead Curator: Giacomo Cantini
Info e prenotazioni:
www.tutankhamoninmostra.com
info@mostratutankhamon.com
Tel. 337 300086
Ufficio stampa: Culturalia di Norma Waltmann
Tel. 051 6569105 – Mob. 392 2527126
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Ricostruzione dell’aspetto del faraone Tutankhamon