La Biennale Arte di Venezia 2026, intitolata In Minor Keys e curata da Koyo Kouoh, nasce attorno a un’idea precisa: rallentare, abbassare il ritmo, entrare in una dimensione più intima e ricettiva dell’esperienza artistica. Il progetto curatoriale invita il visitatore a respirare, ascoltare, lasciarsi attraversare da altre forme di conoscenza e confrontarsi con dimensioni che vanno oltre la razionalità occidentale. È una Biennale che parla di spiritualità, memoria, natura, ritualità e saperi non occidentali, intrecciando questi temi con questioni politiche, coloniali e sociali. Ma è proprio il rapporto tra arte e spiritualità ad avermi fatto riflettere più profondamente.
Quando mi è stato chiesto di chiudere gli occhi
Il mio percorso è iniziato in modo che non mi aspettavo. Una guida ci ha invitati a chiudere gli occhi e concentrarci sulla respirazione, trasformando per qualche momento la visita in un’esperienza partecipativa. Personalmente l’ho percepita come qualcosa di molto vicino a una pratica meditativa, quasi di matrice yoga. Nel contesto più ampio del percorso, mentre venivano introdotti temi come spiritualità, animismo, spiriti e forme di conoscenza lontane dalla tradizione occidentale, ho preferito non partecipare. Mi sono allontanata e ho continuato la visita per conto mio. Non era paura: era una scelta di coscienza.
La tavola Ouija
Poco dopo, all’Arsenale, mi sono trovata davanti a un’opera che ha reso ancora più concreto il tema della spiritualità rituale. Si tratta di Bound with the Living: Gathering in Venice di Hagar Ophir, un’installazione che comprende una vera e propria ambientazione per sedute spiritiche, con una tavola Ouija. L’opera mette in scena il rapporto con le presenze del passato, gli oggetti legati a vite sradicate e le memorie di storie segnate anche dalla violenza coloniale. Ma qui il visitatore non è chiamato soltanto a osservare: viene invitato a entrare in una dimensione rituale, ad aprirsi simbolicamente al ritorno degli spiriti che abitano gli oggetti e le loro memorie. Di fronte a quella tavola, ho scelto semplicemente di non partecipare e di proseguire.

Hagar Ophir: Bound with the Living.
Non è una questione di paura
Qualcuno potrebbe liquidare una reazione come la mia come paura dell’ignoto o chiusura nei confronti di culture differenti. Non è questo il punto. Io posso osservare, studiare e comprendere una tradizione senza necessariamente aderire alle pratiche spirituali che essa propone. Posso riconoscere il valore storico, antropologico o artistico di un fenomeno senza considerarlo per questo compatibile con la mia fede. Il problema, per me, nasce quando il confine tra rappresentazione e partecipazione diventa sottile e il visitatore viene coinvolto direttamente in un’esperienza rituale.
Perché, per me, non è un gioco
Sono cristiana e la mia posizione parte da un riferimento preciso: la Bibbia. Per la fede cristiana non tutte le esperienze spirituali sono equivalenti e non tutto ciò che viene presentato come ricerca interiore può essere considerato neutrale. La Scrittura è molto chiara nel mettere in guardia dalla divinazione, dalla consultazione degli spiriti e dall’interrogazione dei morti. Nel Deuteronomio 18,9-13, infatti, vengono condannate pratiche come la divinazione, la magia, gli incantesimi e la consultazione dei negromanti e degli indovini. Per chi crede nella realtà del mondo spirituale e accoglie l’insegnamento biblico, dunque, partecipare consapevolmente a pratiche di evocazione o consultazione degli spiriti non può essere considerato un gesto spiritualmente neutro. È per questo che, davanti a una tavola Ouija, non ho visto semplicemente un oggetto artistico con cui interagire.
Animismo e fede cristiana: due visioni profondamente diverse
C’è poi una precisazione necessaria. Animismo non è sinonimo di spiritismo, né può essere confuso genericamente con il voodoo o con qualsiasi forma di magia. L’animismo comprende tradizioni molto diverse tra loro, nelle quali la natura, gli animali, gli elementi e gli spiriti possono essere considerati portatori di una dimensione spirituale e, in alcuni contesti, diventare oggetto di culto o di pratiche rituali. Dal punto di vista cristiano, però, il problema è radicale: la Bibbia afferma l’esistenza di un unico Dio e mette in guardia dal rivolgere culto, venerazione o pratiche di carattere religioso a ciò che non è Dio (Deutoronomio 6,4-5; Esodo 20,3-5). Non si tratta quindi di stabilire se una determinata tradizione sia “inferiore” o “primitiva” sul piano antropologico. Si tratta di riconoscere che visione animista e fede cristiana partono da presupposti spirituali profondamente differenti.
Ed è proprio questo il punto. In Minor Keys non si limita a presentare culture e sistemi di pensiero differenti: propone percorsi che conducono verso forme di conoscenza e pratiche spirituali lontane dalla tradizione occidentale, includendo riferimenti all’animismo, agli spiriti e a modalità rituali di rapporto con il mondo naturale. Per chi, come me, guarda tutto questo dalla prospettiva della fede cristiana, non si tratta semplicemente di un confronto culturale. Quando queste pratiche vengono proposte anche attraverso l’esperienza diretta del visitatore, entra in gioco una questione di coscienza e di fede.
Inclusione significa anche poter dire no
Ed è qui che nasce un’altra riflessione sulla parola inclusione. Una Biennale che vuole ampliare lo sguardo e dare spazio a culture, identità e forme di conoscenza differenti compie certamente una scelta curatoriale precisa. Ma l’inclusione, a mio avviso, dovrebbe comprendere anche il diritto del visitatore a non aderire a ciò che gli viene proposto. Se l’arte chiede di osservare, posso osservare. Se mi invita a conoscere una tradizione, posso conoscerla. Ma se mi chiede di partecipare a un rituale o a una pratica spirituale che contraddice le mie convinzioni, il mio “no” dovrebbe essere considerato altrettanto legittimo.

Sculture di Celia Vasquez Yui
Quando l’arte supera la soglia
La questione, allora, non è stabilire se l’arte debba occuparsi di spiritualità. Naturalmente può farlo. L’arte ha sempre attraversato il sacro, il mistero, la morte, il rito e l’invisibile. La domanda è un’altra: fino a dove può spingersi il coinvolgimento dello spettatore? Quando un’opera rappresenta una pratica, siamo ancora davanti a un’esperienza estetica. Quando invece ci invita a compierla, il rapporto cambia. E cambia ancora di più quando quella pratica appartiene a un universo spirituale che, per chi ha una determinata fede, non è semplicemente “alternativo”, ma incompatibile con essa.
Io, davanti a quella porta, ho scelto di uscire
La mia Biennale, quindi, non è stata soltanto una visita alle opere. È diventata anche un’occasione per interrogarmi sul confine tra arte, esperienza e fede. Ho incontrato proposte artistiche capaci di mettere in discussione il nostro modo abituale di guardare il mondo, ma anche percorsi spirituali che non sento miei e ai quali, per le mie convinzioni, non intendo partecipare. Davanti a quella tavola Ouija ho fatto una scelta semplice: sono uscita. Non perché rifiuti il confronto con ciò che è diverso da me, ma proprio perché credo che il vero confronto presupponga anche la libertà di riconoscere ciò che è profondamente distante dalla propria fede. E forse è questo uno dei temi più importanti che questa Biennale, consapevolmente o meno, pone al visitatore: quando l’arte ci chiede di partecipare, siamo ancora soltanto spettatori?
https://www.labiennale.org/en/art/2026?

Tabita Rezaire
