La recente Festa Artusiana di Forlimpopoli, in Romagna, conclusa con un grande successo di partecipazione e di gradimento da parte del pubblico, ha lasciato qualcosa di più della sensazione di ottimo cibo e tanta conviviali; ha lasciato anche una mostra fotografica che ripercorre cent’anni di storia della cucina italiana, dai tempi di Pellegrino Artusi ai giorni nostri.
La mostra, allestita nelle due settimane della Festa Artusiana, nnella Galleria delle Ricette di Casa Artusi, coordinata da Mattia Fiandaca con testi critici di Antonella Campanini e Alberto Capatti, oltre all’accurata ricerca iconografica di Elisa Giovannetti, seleziona trenta immagini emblematiche: tante quante gli anni dell’Artusiana. Una cernita operata sull’archivio del progetto Artusi 100×100, datato 2011, in collaborazione con la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, che ha integrato il percorso espositivo con scatti tratti dalla rassegna Sapere a tavola.
L’evoluzione del rito sociale
Non si tratta in buona sostanza di una mostra sul cibo, bensì sulle persone — gli italiani — che del cibo hanno fatto un rito identitario. Attraverso scatti in bianco e nero e a colori, l’esibizione porta in scena la pura convivialità, tanto che in molte cornici la pietanza scompare del tutto lasciando spazio a tovaglie sgualcite, bottiglie vuote e bicchieri usati.
Il percorso temporale voluto dai curatori oscilla tra l’Emilia-Romagna, la Toscana e altre regioni limitrofe, spaziando dall’aristocratico Pranzo nel giardino di una villa veronese del 1907 fino alle tavole domestiche del cinema contemporaneo, con il film Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (2008). Un racconto per immagini che alterna operai, contadini e borghesi, compendiando le trasformazioni storiche di un Paese unito dallo stare insieme, anche attraverso guerre, industrializzazione ed evoluzioni socio-culturali.
Le fotografie in mostra
La mostra comprende alcune immagini particolarmente interessanti e gustose, tra cui il Banchetto al Leon d’Oro in onore del Maestro Saint-Saëns (una scena svoltasi a Cesena nel 1911), dove l’obiettivo del fotografo cattura una fitta schiera di camerieri dietro ai commensali, a celebrare la fine del pasto anziché la portata. Il passaggio dal bianco e nero al colore marca invece storie profondamente emiliane e femminili: da Loiano nel 1923, dove una sfoglia monumentale viene tirata dalle cuoche, alle donne partigiane nel 1944 ritratte attorno a un tavolo coperto di cappelletti, fino alla doratura dei più abbondanti tortellini del dopoguerra, a cura di una vecchia sfoglina armata di mattarello.
Infine, la socialità si fa spettacolo nel Ventaglio del 1960, dove Aldo Fabrizi e Ave Ninchi sembrano anticipare la mediatizzazione della cucina a venire. Ninchi tornerà poi infatti nel 1974 in tv a fianco di Veronelli in A tavola alle 7, dando un ulteriore là allo sdoganamento della cultura gastronomica domestica in un linguaggio di massa moderno e accessibile.