Ho avuto l’occasione di conoscere Giuseppe Maruotti medico e agricoltore, i suoi appassionati e competenti racconti mi hanno molto interessato; su mia richiesta mi ha inviato il frutto di suoi studi e ricerche fatti sulla base della sua doppia professionalità. Giuseppe punta il dito mettendo in evidenza precise responsabilità e possibili soluzioni per tutelare la nostra salute.
Giuseppe Maruotti scrive
Dopo aver meditato a lungo sul titolo da assegnare a queste mie considerazioni, ho concluso che dissertare, nell’estate del 2025, sull’attualità della Dieta Mediterranea, che è patrimonio dell’U.N.E.S.C.O. e quindi patrimonio culturale immateriale dell’umanità, dal 2010, non soltanto come regime alimentare, ma anche come stile di vita, sia anche un interessante punto di domanda, aperto alla risposta di tutti coloro, che avranno tempo e pazienza per leggerle.
Pierre Rabhi, un agroecologo, nel 2017, scrisse che: “Il cibo oggi è così tossico che, quando ci si siede a mangiare, piuttosto che augurarsi “Buon appetito”, sarebbe meglio dirsi “Buona fortuna” (12). Un’affermazione così impegnativa è degna di essere esaustivamente giustificata. Perché le spiegazioni siano comprensibili, è necessario fare un passo indietro, nella storia dell’agricoltura e dell’energia nucleare italiana, di ben 51 anni. Infatti nel 1974, quando la produzione cerealicola italiana era incentrata sulla coltivazione di quelli che oggi vengono chiamati “grani antichi”, e la sua punta di diamante, era il “grano Senatore Cappelli”, presso il “Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (C.N.E.N.)”, di Bracciano (RM), trasformato, nel 1982, nell’attuale “Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (E.N.E.A.)”, si otteneva, irradiando con i “Raggi x” proprio i “grani antichi”, una nuova varietà di grano, chiamato “Creso”. Quest’ultimo è una cultivar, dal nome scientifico “Triticum durum”, che non è stato ottenuto con una selezione naturale, bensì proviene dall’incrocio di un frumento duro, del “Centro Internacional de Mejoramento de Maìz y Trigo (C.I.M.M.Y.T.), con sede ad El Batàn in Messico (derivato, a sua volta, da un incrocio tra grani teneri e duri), con una linea mutante, indotta da una irradiazione combinata di neutroni e raggi gamma, del frumento duro “Cappelli”. Quindi le cultivar del gruppo “Val”, e la cultivar “Creso”, sono frutto di un programma di miglioramento genetico, attribuibile all’Università degli Studi di Sassari, ottenute da mutazioni genetiche, indotte da radiazioni emesse da un reattore nucleare, ma non si tratta di O.G.M., perché le modificazioni non sono state ottenute, con tecniche di biotecnologia.

Grani alti
La differenza sostanziale tra i “grani antichi, alti” ed i “grani moderni, bassi”, come è intuitivo, è la loro altezza, in quanto i primi, sono alti oltre 150 cm, e soffocano le erbe infestanti, sottraendo loro la luce del sole, impedendone così la crescita, mentre i secondi, detti anche “grani nani”, alti intorno a 70 cm, non soffocano le erbe infestanti, anzi entrano in competizione con loro, soprattutto per l’utilizzazione dell’acqua, necessaria per lo sviluppo della pianta.
Come sostiene un grande amico Agronomo, il Dr. Giuseppe Caggiano, che con la mietitrebbia, insieme con me che guido la mia, da decenni raccoglie il grano della mia Azienda agricola, “l’erba è figlia della terra, mentre il grano è figliastro della stessa” (6), e quindi la lotta è impari. Le varietà di “grani moderni, bassi”, furono studiate ed ottenute, con il fine di avere steli più corti e resistenti all’allettamento, dovuto al peso delle spighe, che, grazie alla concomitante introduzione colturale dei concimi chimici, divenivano più pesanti, adattandosi meglio alla incombente meccanizzazione dell’agricoltura.
L’avvento del Glifosato
A questo punto, l’erba diventa nemica del grano e bisogna eliminarla, modificando sostanzialmente la cerealicoltura italiana e mondiale, rendendo obbligatorio l’uso dei diserbanti o erbicidi. Con una precisione temporale perfetta, nel 1974 la Monsanto, ora Bayer, brevetta e mette in commercio il “Roundup”, il cui componente fondamentale è il glifosato, detto anche “seccatutto”, responsabile della impennata dei casi di “celiachia” (18), a partire proprio dalla metà degli anni ’70, quando questa sostanza venne utilizzata in “preharvest”, soprattutto in Canada, per permettere agli agricoltori di mietere il grano, coperto dalla neve, che cade già, in autunno, in concomitanza con le operazioni di mietitura. In Italia, l’essiccazione del grano, per essere compatibile con la mietitura, è ottenuta con le temperature ambientali elevate e con il vento, nei mesi estivi.
Il nostro Paese, però, non è esente dalla utilizzazione del glifosato, in quanto, è divenuta sempre più diffusa la tecnica della “semina su sodo”, o semina su terreno non lavorato e con residui colturali della precedente coltivazione, tra l’altro incentivata dall’Unione Europea, che ha due capisaldi nella sua realizzazione, il glifosato, appunto, ed i concimi azotati, che, come in seguito vedremo, sono anch’essi additati, come agenti responsabili dell’incremento della patologia neoplastica, a livello mondiale. Gli effetti biologici, che il glifosato può determinare, possono essere così riassunti:
- interruzione della via dello “shikimate”, che porta alla produzione degli amminoacidi aromatici (fenilalanina, tirosina e triptofano), a partire dal metabolismo dei carboidrati, amminoacidi, che svolgono un ruolo fondamentale nella produzione delle proteine, dei neurotrasmettitori, degli ormoni, etc.;
- modificazioni peggiorative dell’equilibrio, tra agenti patogeni e microbiota intestinale;
- azione chelante nei confronti di alcuni oligoelementi, fondamentali per la vita umana e vegetale, come Zolfo, Selenio, Calcio, Magnesio, Ferro, Manganese, Rame, Nichel, etc.;
- azione inibente del citocroma P450 (CYP), responsabile, dello smaltimento dei composti chimici xenobiotici, e quindi dell’accumulo di sostanze tossiche, causa di numerose patologie, anche neoplastiche.
E’ utile ricordare che (12):

- il brevetto del glifosato è scaduto nel 2001, anche se l’autorizzazione all’uso è stata più volte, anche recentemente, rinnovata dall’Unione Europea;
- attualmente è registrato come antibiotico ed agente chelante;
- nel maggio 2015, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (I.A.R.C.) lo ha classificato come una sostanza “probabilmente cancerogena”, e come un “probabile interferente endocrino”, per gli esseri umani, e quindi responsabile di manifestazioni patologiche, come il Morbo di Alzheimer ed il Morbo di Parkinson, di molteplici disturbi ormonali, di genotossicità, della ipersensibilità chimica multipla, etc.
Successivamente, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (E.F.S.A.) e l’Agenzia di Protezione Ambientale (E.P.A.), degli Stati Uniti, hanno valutato tale sostanza, in maniera diametralmente opposta, aumentando i dubbi e la confusione nei consumatori, anche in relazione ai cambi di proprietà delle Industrie produttrici, prima Statunitensi (Monsanto), poi Europee (Bayer), che sono le stesse Aziende, che producevano armi chimiche, per l’industria bellica, e che, negli ultimi decenni, hanno individuato nel mondo agricolo, il settore nel quale continuare la commercializzazione dei loro prodotti (12). Si pensi, che diverse inchieste giornalistiche hanno, nel corso degli ultimi anni, sollevato seri dubbi sull’attendibilità dei lavori scientifici, utilizzati dall’E.F.S.A. per assolvere il glifosato, i quali sarebbero stati finanziati da un Consorzio di industrie chimiche, in cui era presente anche la Bayer, mentre gli studi indipendenti, che riportavano gli effetti dannosi del glifosato, sono stati ignorati ed anche screditati, come quello dell’Istituto Ramazzini di Bologna, del 2023, che anticipava il lavoro successivo del 2025 (14).
L’Istituto Ramazzini sul Glifosato
Comunque, appunto, nel corrente anno 2025, una pubblicazione dei Ricercatori dell’Istituto Ramazzini, ha dimostrato, inequivocabilmente, che il glifosato è cancerogeno, nei ratti (14). Il glifosato è anche ubiquitario, ed è identificabile, nei ratti, persino nei feti in utero, ai quali arriva attraverso il sangue della madre, e quindi è presente nell’organismo, dalla nascita fino alla morte, e ciò che lo rende ancora più pericoloso, sono i formulati chimici, con cui viene miscelato, per potenziarne l’effetto (14). Il glifosato è, comunque, diffusamente presente, oltre che nel cibo umano, prodotto con grani trattati con tale pesticida, anche in una miriade di alimenti, che vanno dalla birra, al miele, sia convenzionale, che biologico, ai grani di caffè, allo zucchero di canna, alle garze sterili, e, persino nei prodotti per la cura del corpo, come alcuni tipi di assorbenti igienici (12).
E’utile ricordare che, nel rapporto “Il mito dei pesticidi sicuri”, realizzato da Andre Leu, Presidente dall’”International Federation of Organic Agriculture Movements (I.F.O.A.M.)”, si afferma che, “ se l’uso dei pesticidi venisse regolamentato sulla base degli studi scientifici più attuali ed esaminati inter-pares (peer-reviewed), non esisterebbe alcuna base scientifica a sostegno dell’affermazione che i livelli di residui chimici attualmente presenti nel nostro cibo e nell’ambiente si possano considerare sicuri” (13). “Sic stantibus rebus”, non si comprende perché sia tanto diffuso l’uso del glifosato, nonostante la sua tossicità, mentre la sua pericolosità, non riportata ai consumatori americani, era nota anche ai dirigenti ed agli impiegati della Monsanto, che lo producevano e lo mettevano in commercio, così come, nell’agosto 2018, stabilì una Corte di Giustizia della California, che condannò la stessa al risarcimento multimilionario di Dewayne Lee Johnson, un giardiniere utilizzatore di glifosato, colpito da un “Linfoma non-Hodgkin” (14).
La presenza del Glifosato
Il mercato mondiale del glifosato vale circa 11,36 miliardi di dollari, solo nell’anno 2024, ed il grano estero, non solo canadese, prodotto con il suo utilizzo, avendo una elevata quantità di glutine, proteina presente nel grano, è una garanzia di risultato, per la tenuta della pasta, durante la cottura, esemplare cavallo di battaglia dei produttori italiani di pasta, che invocano l’uso del grano estero, non soltanto per il fatto che la produzione italiana di grano è insufficiente, ma anche per le esigenze qualitative dei prodotti della loro industria. Quindi volendo semplificare ancora di più il discorso, scarnificando il significato dei termini di questo ragionamento, l’uso del glifosato è indicato per il controllo delle erbe infestanti nei seminativi di grani, ad alto contenuto di proteine, e, quindi, per garantire che la pasta non si scomponga, durante la cottura, ignorando quello che la ricerca scientifica internazionale e consolidata, così come ho cercato di illustrare, dice da anni, e cioè che il glifosato è di per sé dannoso per la nostra salute, così come lo sono i grani ad alto contenuto di proteine, ossia i grani moderni, “bassi”, che, a questo punto, su indicazione non disinteressata della grande industria chimica mondiale, abbiamo prodotto dal 1974, fino ad oggi, soppiantando i grani antichi, “alti”, gioiello delle produzioni agricole italiane: il tutto in nome della “non scuocibilità” della pasta, mi sia consentita una licenza lessicale! Da tutto ciò scaturisce che è evidente la contraddizione, tra ciò che sarebbe giusto produrre e mangiare, e ciò che produciamo e mangiamo, contraddizione che viene amplificata, ancora di più, se consideriamo che consumiamo, tutti i giorni, pasta e prodotti da forno, ottenuti da grani “bassi”, però inseguiamo, ad esempio, per la cena dei giorni festivi, alcuni cibi selezionati, come la pizza napoletana, fatta con grani “alti”, con il mitico grano “Senatore Cappelli”!
Proseguendo su questa falsa riga, se analizziamo le dichiarazioni dei produttori italiani di pasta, il segreto della sua bontà è la miscelazione dei grani esteri, con i grani italiani, in quantità che ognuno di loro pensa di detenere nella proporzione ideale, quantità quasi mai specificata, con chiarezza, sulle confezioni di vendita, per cui la pasta italiana è buona perché prodotta in Italia, non solo con grano italiano, ma con percentuali “magiche” di grano estero. Ovviamente, queste affermazioni non favoriscono i grani e gli agricoltori italiani, che perdono sempre di più in competitività, per i rigidi disciplinari di produzione, nazionali ed europei, che sono, tra l’altro, molto costosi, per cui il prodotto finito, ovvero i cereali, sono di qualità superiore, sono necessari per l’ottenimento di una buona pasta, ma hanno lo stesso valore commerciale del grano estero, se non addirittura inferiore, che ha minori costi e disciplinari di produzione scadenti, rispetto ai nostri.
Fertilizzanti e Pesticidi
Il secondo attore protagonista, per avere grani ad alto contenuto proteico, con i quali ottenere pasta che mantenga la consistenza, durante la cottura, è rappresentato dai concimi nitrici, come il nitrato di calcio ed il nitrato di sodio, che vengono assorbiti dalla pianta del grano, senza subire alcuna trasformazione, e perciò sono ideali per le concimazioni di copertura post-semina. L’azoto è un nutriente essenziale per lo sviluppo del grano e determina, direttamente, il contenuto delle proteine della cariosside, come il glutine: quindi più azoto, più glutine, che, come ha dimostrato una moltitudine di studi scientifici accreditati (18), può scatenare, in soggetti geneticamente predisposti, la celiachia, malattia permanente, che determina una infiammazione cronica dell’intestino tenue, dovuta proprio ad una reazione auto-immune al glutine, con progressiva riduzione dei villi intestinali, fino alla loro scomparsa, determinando quindi una perenne sindrome da malassorbimento delle sostanze nutritive, con tutte le conseguenze, che una tale patologia implica, per la salute della persona affetta. Se consideriamo che, soprattutto l’agricoltura basata sulla semina “su sodo”, utilizza dosi crescenti di glifosato, per la preparazione dei terreni alla semina, e dosi crescenti di concimi azotati, per la concimazione di copertura, ci dovremmo rendere conto che è necessaria, soprattutto da parte della classe politica, che determina gli indirizzi agricoli regionali, nazionali ed europei, una riconsiderazione delle strategie future, orientando le scelte sull’agricoltura biologica, da subito, senza glifosato e senza nitrati.
Questi ultimi, grazie ad un lavoro scientifico, pubblicato dal “Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal)” (9), nel marzo 2023, che ha valutato la relazione tra l’assunzione di nitrati trialometani (THM), con l’acqua potabile, ed il cancro della prostata, sono chiamati in causa, in quanto i ricercatori hanno dimostrato che, un’assunzione di nitrato, attraverso l’acqua, superiore a 14 milligrammi al giorno, in media, e per tutta la vita, aumenta di 1,6 volte il rischio di contrarre un tumore alla prostata. I nitrati, chiamati in causa da questo studio, sono quelli presenti nell’acqua potabile, alla quale arrivano con i fertilizzanti, usati in agricoltura intensiva e con gli escrementi, derivati dagli allevamenti di animali, per l’alimentazione umana, anch’essi intensivi, entrambi trasportati dalla pioggia, nelle falde acquifere e nei fiumi, e resi, così, ubiquitari. Volendo allargare l’osservazione, oltre il livello della patologia indotta dal glifosato, a tutti i pesticidi, in un report dell’O.N.U. del 2017, si afferma che, nel mondo i pesticidi sono responsabili di circa 200.000 morti, ogni anno, di cui il 99% nei paesi del Sud del mondo, dove vengono esportati, anche dopo che il loro uso è stato vietato, nei paesi del Nord del mondo (7).
Nei paesi del Sud del mondo, le leggi sulla sicurezza del lavoro, sulla tutela della salute dei lavoratori della terra e sulla salvaguardia dell’ambiente, sono molto più permissive, scarsamente applicate e soprattutto sottoposte a controlli risibili, da parte delle Autorità preposte, locali, nazionali ed internazionali (12). Se, a questo si aggiunge, che le Aziende chimiche produttrici, a tutt’oggi, hanno solo l’obbligo di dimostrare la sicurezza del principio attivo del prodotto, immesso in commercio, senza alcun riferimento agli effetti biologici della miscela, con gli altri elementi del preparato, che si realizzano, quando esso entra in contatto con l’ambiente, al momento del suo utilizzo sulla pianta e/o sul terreno, è facile trovare la ragione dei numeri, su esposti (12). Dati più recenti, tra l’altro illustrati su una pubblicazione finanziata con il sostegno della Commissione Europea, riportati con uno studio della rivista “Public Health”, riferiscono di circa 385 milioni di lavoratori agricoli, avvelenati dai pesticidi, ogni anno, nel mondo, mentre circa 11.000 agricoltori muoiono per avvelenamento acuto, da pesticidi (7). Questi numeri non comprendono gli episodi suicidari, di coloro che sono in preda alla disperazione, per le conseguenze sulla loro salute, dopo la diagnosi, di patologie generate dall’uso dei pesticidi stessi. Nonostante questi dati, nel 2020, i quattro maggiori produttori, vale a dire Syngenta, Bayer, Monsanto, Basf e Corteva, hanno venduto, nel mondo, pesticidi per un importo di 31 miliardi di euro, con profitti e vendite che crescono, in media, del 4% all’anno, visto che gli agricoltori, a causa dei mutamenti climatici, sono costretti ad aumentare dosi e cicli di trattamento, nel tentativo di potenziare la protezione per i loro raccolti (7).
Come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella di partenza: più pesticidi, più concimi azotati, più cibo, più danni alla salute dell’uomo e dell’ambiente, ma anche più fatturato, non solo per l’industria chimica, ma anche per gli opportunisti del mondo agricolo, individuabili in coloro che sfruttano il settore agricolo a proprio vantaggio, dopo che gli agricoltori produttori, hanno consegnato loro il frutto del proprio lavoro, che nelle mani di quest’ultimi, ha scarso valore, mentre invece si moltiplica, nelle mani dei primi: parafrasando un detto della notte dei tempi e dell’antica società agro-pastorale locale, ma anche italiana, si può sostenere, anche oggi, che “..chi commercia campa, chi fatica crepa…”! Se le conseguenze dell’uso di pesticidi e di concimi azotati fossero ormai chiare e definite, si potrebbe pensare anche ad un ristoro mondiale, per i danni subiti dall’uomo e dall’ambiente, che nell’ottica del “One Health”, sono un’unica realtà. Ma l’industria chimica internazionale sfugge a queste sanzioni, anche perché l’opinione pubblica mondiale non è preparata ed informata, (e poi da chi!), su queste problematiche, a meno che non si seguisse la strada dei 125 mila cittadini statunitensi, che hanno portato in tribunale la Monsanto, ora Bayer, che è stata condannata a risarcimenti milionari, così come ho già riferito, e che ha concluso un accordo, versando circa 10 miliardi di euro, per pagare i danni provocati da pesticidi a base di glifosato, al 75% dei querelanti (7).
Risarcimenti ai danneggiati
Sul fronte dei risarcimenti, qualcosa si muove anche in Europa, e precisamente in Francia, dove il “Fondo francese per i risarcimenti alle vittime dei pesticidi”, ha indennizzato un giovane di 16 anni, con mille euro al mese, figlio di una donna che durante la gravidanza era stata esposta al glifosato (5), nato con multiple malformazioni congenite alla laringe ed alla gola, che ha subito 54 interventi chirurgici e che vive con una tracheotomia, che gli permette di respirare. A livello mondiale, secondo quanto sostiene la madre del giovane, è la prima sentenza che prevede un ristoro per il danno subito, di tipo malformativo e non tumorale, così come accaduto finora negli Stati Uniti (5). Quindi, nel mondo qualcosa si sta muovendo, verso la identificazione e la condanna delle multinazionali produttrici di pesticidi, che ingigantiscono anche le spese sanitarie mondiali, dato il numero dei morti e delle persone affette da gravi patologie, che comunque sono state esposte ai loro effetti dannosi. Ma, chi sono gli eventuali beneficiari di questo tipo di risarcimento? Siamo tutti noi! Infatti, secondo uno studio di un’autorevole rivista scientifica internazionale, “Environment International” (8), sono stati rinvenuti un numero compreso tra 25 e 121 pesticidi, nelle case dei cittadini Europei di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca, Slovenia e Croazia, nell’anno 2021. Il 40% delle sostanze rinvenute, è tossico, anche per la salute degli esseri umani, ed esse sono capaci di provocare patologie neoplastiche ed alterazioni del sistema endocrino.
Le quantità maggiori sono state trovate nelle case degli agricoltori, mentre erano minori nelle case degli agricoltori, dediti all’agricoltura biologica. Sono state riscontrate anche tracce di DDT, nonostante il suo uso sia vietato da circa 50 anni, e, questo dato, deve far riflettere, sul problema della persistenza nell’ambiente, degli effetti tossici dei pesticidi. Essi sono portati nelle nostre case: – da noi stessi, grazie ai residui, adesi sotto le scarpe che calziamo, mentre camminiamo fuori di casa; – dagli animali domestici, che tornano e vivono con noi, in casa; – dai pesticidi che acquistiamo, per l’uso domestico; – dai trattamenti contro pulci e zecche, che acquistiamo, per trattare gli animali domestici; – dal vento, che può trasportare i pesticidi per centinaia di chilometri (7).
In tema di risarcimenti, alla luce di quanto ho esposto, è, lecito porsi anche un’altra ipotetica domanda, che è relativa
ai danni provocati alla salute della donna e dell’uomo dagli alimenti, contenenti glifosato, consumati in tutto il mondo, danni provocati proprio perché prodotti con grani, che contengono tale pesticida, e, molti dei quali, non ancora individuati, forse, anche per la scarsità delle risorse economiche, che sono destinate allo studio di queste patologie e dei livelli di tossicità umana, nei quali esse potrebbero insorgere, visto che, buona parte delle disponibilità economiche mondiali, sono ancora utilizzate per produrre armi! Essendo chiara la potenza, soprattutto economica, delle lobby, costituite da molteplici attori, che possono entrare nel merito delle attività di chi fa le leggi ed i regolamenti, italiani ed europei, sui contenuti minimi dei pesticidi nei prodotti alimentari, che possono ugualmente sponsorizzare lavori pseudo-scientifici, a sostegno delle loro tesi, e via discorrendo, mancando anche la consapevolezza dei consumatori mondiali, sulla maggior parte degli argomenti fino ad ora trattati, è difficile predire il giorno in cui ci potrebbe essere questa presa di coscienza, e la conseguente consapevolezza e determinazione del danno. Ma è ipotizzabile che questo potrebbe accadere, con buona pace, anche, della pasta “ottima, perché “made in Italy””, e, anche, della dieta mediterranea, che a questo punto bisognerebbe chiamare “dieta canadese”, o dieta “Ue e non Ue”, etichetta molto usata per la identificazione dell’origine del grano, visto che i maggiori componenti di essa, sono proprio i carboidrati del pane e della pasta, fatti, appunto, con grani “canadesi” o di origine “Ue e non Ue”.
Se tutto questo dovesse realizzarsi, responsabilità e risarcimenti assumerebbero una dimensione incommensurabile e non solo appannaggio dei produttori di pesticidi, ma anche degli opportunisti del mondo agricolo! A mio modesto parere, in Italia, pochi conoscono il significato della parola “agnotologia”, che Wikipedia definisce “…lo studio dell’ignoranza o del dubbio deliberati, indotti dalla cultura, tipicamente per vendere un prodotto, influenzare l’opinione o ottenere favori, in particolare attraverso la pubblicazione di dati scientifici imprecisi o fuorvianti…”. In questa definizione, potremmo trovare molte risposte alle domande, che dovrebbero nascere spontaneamente, riflettendo sui dati, da me riportati fino ad ora, e sui quali non mi posso, per brevità, soffermare! La trattazione di una problematica talmente importante, legata all’uso di grani ricchi di glifosato e ad alto contenuto proteico, per la produzione di cibo, così gravemente indiziati di essere responsabili di tanta patologia a livello mondiale, non è sufficientemente chiara, se non parliamo dei numeri di una tale attività, che mi permetterà, poi, di avviarmi alla conclusione di questo lavoro, non senza aver accennato alle conseguenze sull’agricoltura italiana. In Italia (17), l’industria molitoria necessita di circa 6 milioni di tonnellate di grano duro, all’anno, da avviare alla produzione di pane, di pasta e degli altri prodotti da forno.
Nel 2024, nel nostro paese, sono state prodotte 3,5 milioni di tonnellate di grano duro, pertanto, 2,5 milioni di tonnellate, devono provenire, necessariamente, dalle importazioni dall’estero, ovvero circa il 40% del fabbisogno nazionale. I grani esteri, quindi, hanno proprietà merceologiche diverse da quelli italiani, ed anche per questo vengono importati, dovute ai sistemi di produzione, ma anche altre proprietà, che acquisiscono, a causa dello stoccaggio e del trasporto (2):
- possono contenere sostanze contaminanti, da inquinanti ambientali, con i quali entrano in contatto; -possono contenere fitofarmaci, utilizzati durante lo stoccaggio
- possono contenere micotossine, sostanze tossiche prodotte da funghi, come aflatossine, ocratossine, fusarium-tossine, micotossina DON, particolarmente pericolose per la salute umana
- possono essere contaminati dai ratti, e/o dalle loro feci, urine e peli
I Grani Esteri
Sicuramente all’arrivo in Italia, i grani esteri verranno testati ed avranno una quantità inferiore, ai limiti italiani di legge, delle prime tre categorie di sostanze inquinanti: della quarta, e delle sue dimensioni, ho interrogato anche l’Intelligenza Artificiale, ma non ho ottenuto risposte, e non se ne parla da nessuna parte! Un discorso supplementare va sicuramente fatto, sul rapporto che esiste tra il trasporto degli alimenti dal campo agricolo, nel quale vengono prodotti, alla tavola della nostra cucina, e l’impatto ambientale, che rappresenta circa il 20% delle emissioni totali, associate al ciclo di vita di un prodotto alimentare (19).
Questo dato dovrebbe far riflettere tutti, i consumatori “in primis”, ma anche coloro che trasformano, commerciano e vendono cibo, che, nella quasi totalità dei casi, pubblicizzano le loro blande iniziative a favore della sostenibilità ambientale, ma sono piuttosto opachi nel segnalare, al consumatore, il luogo di produzione, per esempio del grano, celandolo dietro la sigla “UE e non UE “. Sarebbe auspicabile, da parte delle Autorità Competenti nazionali ed internazionali, rendere obbligatorio, la segnalazione, in maniera chiara, sulla etichetta di qualunque prodotto alimentare, della quantità totale di emissioni impattanti sull’ambiente, che si sono rese necessarie, per la sua produzione, ed anche per il trasporto dello stesso, fino alle nostre case.
Nonostante, però, che il grano italiano abbia maggiore qualità e migliore tracciabilità, rispetto ai grani esteri, come ho
cercato di dimostrare, nel 2024, vi è stato, in Italia, un calo degli ettari seminati a grano duro, pari all’11.9%, soprattutto al Sud (15). Le motivazioni di tale fenomeno sono attribuibili alla scarsa redditività, dovuta soprattutto alla volatilità dei prezzi, che è figlia del fatto che la quotazione del grano, essendo una materia prima agricola, è una commodity, ovverossia un bene fungibile, scambiabile, senza differenze qualitative, ed il suo prezzo è influenzato dalla legge della domanda e dell’offerta, dalle condizioni climatiche e dai mercati internazionali, molto sensibili alle contingenze geopolitiche mondiali.
Il prezzo del grano duro italiano, in maniera poco avveduta, non è mai stato protetto e sostenuto, con iniziative adeguate, come quelle statunitensi, a favore del “Desert durum” dell’Arizona, dalla classe politica, sindacale, associazionistica di categoria, proprio perché esso è l’elemento fondamentale della dieta mediterranea e del “made in Italy alimentare”, mi sia, ancora una volta, consentita una licenza lessicale! Una forte e leale incentivazione di tale attività, doveva essere appoggiata anche dagli opportunisti del mondo agricolo, che sarebbero i primi a risentire, di un’ancora più drastica riduzione delle superfici destinate alla cerealicoltura italiana, rendendo difficile comprendere, soprattutto all’estero, il concetto che la pasta italiana è buona perché prodotta in Italia, ma con dosi sempre più decrescenti di grano italiano! Mi soffermo un attimo sulle qualità del “Desert durum”, grano ad alto costo, apprezzato nel mondo, ma soprattutto dai pastai italiani, per l’elevato contenuto di glutine, che, spero di aver dimostrato, altrimenti la colpa è della mia scarsa chiarezza, non faccia tanto bene alla salute, nostra e della terra! Ovviamente, l’anello debole della catena è l’agricoltore italiano, che ha perso la logistica del suo prodotto, grano, pomodoro, ortaggi, etc., e che è indotto a produrre di meno, dato lo scarso valore economico e non remunerativo, di ciò che coltiva.
Così facendo, è stata sub-appaltata la sovranità e l’eccellenza alimentare italiana, sbandierata ai quattro venti, a:
- agli accordi internazionali, con i paesi esportatori verso l’Italia, di cibo, sottoposto a controlli, molte volte, insufficienti, e con caratteristiche organolettiche inferiori, ottenuto con pratiche agricole a basso costo e, sovente, non consentite in Italia o in Europa
- agli opportunisti del modo agricolo, commercianti, stoccatori, pastai, o comunque trasformatori dei prodotti dell’agricoltura, negli anni divenuti sempre più ricchi e potenti, che hanno lucrato soprattutto sulla difficoltà degli agricoltori, negli anni divenuti sempre più poveri ed impotenti, a gestire la logistica dei loro prodotti, difficoltà derivate dai crescenti problemi di ordine pubblico, anche nelle campagne, e dallo scarso sostegno alle politiche di autonomizzazione locale e familiare della conservazione dei prodotti, a favore, invece, delle politiche di autonomizzazione locale e familiare del lavoro agricolo, per le quali, ogni azienda doveva comprare trattori e mietitrebbie sempre più potenti, costose, ed al passo con i tempi, entrato anch’esso in crisi, per la scarsità della manodopera, specializzata e non
- alla logica della globalizzazione, che si è abbattuta sugli agricoltori, impreparati a tale evenienza, troppo impegnati, a produrre con costi sempre più eccessivi, ed isolati, dagli altri mondi produttivi, e dagli opportunisti del mondo agricolo, con i quali si doveva formare una stabile e proficua collaborazione, che doveva essere favorita dalla classe politica, sindacale e associazionistica di categoria
- ad una classe politica, sindacale, associazionistica di categoria, italiana ed europea, assolutamente inadeguata a gestire le conseguenze, complesse, della globalizzazione, del passaggio dalla moneta nazionale all’euro e dell’attuazione loco-regionale, delle politiche europee della P.A.C. (Politica Agricola Comune), etc.
La prima considerazione
va fatta sugli opportunisti del mondo agricolo, che ormai sono una lobby (4), e che hanno visto accrescere i loro profitti, nel tempo, anche in virtù della catastrofica ed immatura fine della Federconsorzi, o Federazione italiana dei Consorzi Agrari, misto di malaffare e di ingerenze politiche oscure, tipicamente italiane, entrata in crisi dal 1991, che garantiva, anche, proprio la consorziazione della logistica del grano prodotto, ed un prezzo stabile, grazie anche ai numeri dei quintali gestiti, che erano una forza, per gli agricoltori italiani, quando la Federazione, in loro rappresentanza, si misurava con i suoi competitor, ovverossia i compratori di grano, i mugnai ed i pastai nazionali ed internazionali.
La seconda considerazione
da fare sugli opportunisti del mondo agricolo, è che nel corso degli anni, hanno usufruito di leggi, regolamenti, dispositivi europei, nazionali e regionali, che li hanno indubbiamente favoriti, come, ad esempio, il noto “Regolamento UE n.775” del 2018, che identifica la origine del prodotto alimentare, come “UE e non UE”, ossia mondiale, vale a dire, “origine pianeta terra”, iperbole inventata da Dario Longo, grande esperto di cibo italiano (4). Essa è un’etichetta praticamente vera, ma tecnicamente inutile, che non dice nulla sulla reale provenienza del cibo, e che consente di vendere in Italia grano, e cibo, comunque, proveniente da qualunque territorio: il consumatore deve comprare, senza sapere nulla della origine di ciò che sta comprando, e quindi senza una scelta informata!
Nello specifico, si tratta di un ossimoro comunicativo, ovvero, di una denominazione che dice tutto sulla origine di un prodotto, ma, in concreto, non dice nulla, realizzando, così, un controsenso della comunicazione, che in realtà è anche una tautologia, ovvero un’etichetta che non può essere smentita, perché non potrà mai essere falsa, e che, nello stesso tempo, purtroppo, è una trappola per il consumatore, perché ha un valore informativo nullo. Nello specifico, ed in barba alla integrità ed alla coerenza morale delle Istituzioni Europee, questa etichettatura è un concentrato di disinformazione, perché trasforma il consumatore, da protagonista informato dei suoi acquisti alimentari, in soggetto passivo, che deve comprare perché ….”vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”…., anatema lanciato da Virgilio a Dante Alighieri, nell’“Inferno” della “Divina Commedia”, espressione che indica un ordine superiore, che viene imposto, senza che possa essere messo in discussione, e contro il quale è inutile ogni tipo di lamentela.
In realtà questa etichetta simula la trasparenza, che in realtà nega, trasformando una scelta consapevole, in una scelta inevitabile e naturale. Ovviamente, tutto questo può essere un vantaggio, per la lobby degli opportunisti del mondo agricolo, favorendo chi trasforma, commercia e vende il cibo, ed uno svantaggio per chi lo produce, rendendo flessibili le scelte dei primi, nel loro sistema di approvvigionamento, ricorrendo a prodotti alimentari esteri, con un prezzo inferiore a quello italiano, grazie ad una etichettatura, che dà al consumatore un’informazione apparentemente schietta, ma che in realtà cela un profitto, per chi la utilizza e ne usufruisce: ovverossia, la Comunità Europea, non è nemmeno più, dal 2018, un baluardo neutrale di garanzia, per i suoi abitanti ed elettori (dei Rappresentanti Europei), ma si schiera, a danno, del consumatore-elettore e del produttore, ed a favore della lobby degli opportunisti del mondo agricolo, che per il fatto di essere tale, si avvantaggia nei confronti del mondo agricolo stesso, così frastagliato e diviso.
Ovviamente gli agricoltori, negli anni, hanno avuto la colpa di:
- non essere scesi dai loro trattori
- non essersi occupati dei percorsi economici e logistici, legati alle loro produzioni
- non essere diventati, loro, una lobby, economica e commerciale, avendone tutti i diritti legali e culturali
Purtroppo, ed a sostegno di quanto testè affermato, gli agricoltori hanno commesso l’errore, imperdonabile, di delegare alla classe politica, sindacale ed associazionistica di categoria, italiana ed europea, la soluzione dei loro problemi, oggi non ancora esiziali, ma che potrebbero diventare tali, nell’immediato futuro, con i risultati che, purtroppo, già sono apprezzabili, e non solo da parte degli addetti ai lavori! Se ancora non fosse chiaro, l’etichettatura “UE e non UE”, normata da una legge Europea, rende legale il fatto che i consumatori europei non debbano sapere, da dove arriva il cibo, che portano sulle loro tavole, la cui origine potrebbe essere in paesi in cui:
- si utilizzano pesticidi, dannosi per la salute
- si sfrutta la manodopera a basso costo, senza il rispetto dei lavoratori, garantito, come avviene in Europa
- vengono imposti dazi, sui prodotti italiani ed europei
La terza considerazione
da fare sugli opportunisti del mondo agricolo è che, nel tempo, hanno usufruito delle agevolazioni economiche, gestite dal Piano di Sviluppo Rurale (P.S.R.), finanziato dall’Unione Europea, attraverso il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (F.E.A.S.R.), ideato e destinato, prevalentemente, agli agricoltori, che doveva favorire la crescita della collaborazione tra mondo agricolo e mondo industriale e della trasformazione dei prodotti agricoli (11): è sotto gli occhi di tutti, che ciò non è avvenuto, mentre la distanza economica e sociale, tra questi due mondi, è sempre più evidente. Tutto questo insieme di fattori, che ha portato alla riduzione del reddito agricolo, e che ha messo in crisi il mondo dell’agricoltura italiana, non è quindi dovuto al fato, o destino supremo ed ineluttabile, ma ha una serie di cause specifiche e ben evidenziabili. Allo stesso tempo, questo milieu sembra essere la strada giusta per impoverire gli agricoltori e per costringerli a vendere i loro terreni, alla stessa lobby degli opportunisti del mondo agricolo, nei confronti della quale essi sono cronicamente in debito, per la fornitura di prodotti e di servizi per le loro aziende, che hanno, continuamente, costi crescenti, oppure ad altre lobby economiche, come quelle delle energie rinnovabili, che, prima espropriano i terreni e poi vendono i contratti, per la produzione di energia, sugli stessi terreni, ad altre grandi aziende, molte estere, quotate in borsa, dove magari sono investiti anche i capitali delle lobby degli opportunisti del mondo agricolo.
In maniera ancora più elementare, è la politica giusta per costringere gli agricoltori ad accettare, con maggiore entusiasmo, gli espropri dei loro terreni, con guadagni inimmaginabili con la semplice produzione agricola, terreni, che in futuro, dovranno “ospitare” gli impianti di produzione di energia, cosiddetta “green”, sottraendo, una sempre maggiore superficie, alla produzione di cibo ed alterando, perennemente, lo skyline della nostra bella Italia, che gli agricoltori oggi difendono, in maniera quasi esclusiva! Che ci sia un legame tra questi due eventi? Giulio Andreotti diceva che “…a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina…”. Per maggiore chiarezza vorrei citare, da Wikipedia, la definizione di: “Espropriazione per pubblica utilità”, ovverossia, essa è “…un istituto giuridico italiano che consente allo Stato di acquisire per se’ o per un altro soggetto una proprietà privata per esigenze di interesse pubblico…”.
Lo Stato Italiano
Il mondo agricolo chiede a gran voce alla politica, dov’è lo Stato Italiano, perché è quasi sempre un altro soggetto, ad eseguire gli espropri, ovverossia una nuova categoria di opportunisti del mondo agricolo, che Stato non sono, e che hanno costruito sui terreni degli agricoltori italiani una nuova lobby, che gestisce la produzione e la vendita di energia, da fonti alternative, con guadagni enormi, basti guardare i loro bilanci, per chi sfrutta i terreni, elemosinando pochi euro, per chi aveva la proprietà, magari da secoli, di quelle superfici, mentre i loro Avi, che quei terreni avevano acquistato con tanti sacrifici e rinunce, e che si sentono chiamati in causa da questo obbrobrio giuridico, si rivoltano nella tomba: il massimo della protesta consentita, e che, si permettono, i proprietari terrieri italiani! A questo punto, dopo un’analisi sulla condizione del nostro mondo agricolo, in preda ad ataviche criticità, che, se si studia l’argomento, sono attribuibili a cause, che hanno un nome ed un cognome, viene spontaneo chiedersi se esista una possibilità, per portare il sistema in equilibrio, con la salute dell’uomo e dell’ambiente. Ebbene, questa possibilità esiste e si chiama agricoltura biologica, sistema di produzione agricola, che esclude l’uso di sostanze chimiche di sintesi, come pesticidi e fertilizzanti (3), riducendo, nel contempo, la spesa sanitaria, in crescita, per i danni conseguenti alla loro utilizzazione. Se cerchiamo la stessa definizione di agricoltura biologica, sui documenti della Commissione Europea (1), troviamo che essa è definita “un metodo agricolo volto a produrre alimenti con sostanze e processi naturali”, senza alcun accenno alla problematica fondamentale, del divieto dell’uso di sostanze nocive, alla salute dell’uomo e dell’ambiente. Tutto questo è in sintonia con la politica agricola europea, di non demonizzare i pesticidi, dato che nel novembre del 2023 è stata rinnovata l’autorizzazione all’uso del glifosato, fino al novembre 2033, su indicazione dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (E.F.S.A.), che già nel 2017 aveva sostenuto la stessa tesi, di non vietarne l’utilizzazione, in quanto il rischio non giustificava un divieto nell’uso, in totale disaccordo con l’Associazione Internazionale sulla Ricerca sul Cancro (A.I.R.C.), così come è stato, esaurientemente riportato, precedentemente.
L’Europa
Ovviamente, le posizioni europee sono espresse con definizioni che sono un magnifico esempio di grande equilibrismo dialettico, non scevro da problematiche, già trattate, relative ad interessi, anche di natura economica (14), mentre sarebbe auspicabile che l’Europa, e le sue Autorità, si facessero carico di incrementare la spesa economica, a favore degli Enti di Ricerca, non solo europei, pubblici e privati, ma soprattutto autonomi, per finanziare studi scientifici “indipendenti”, al fine di migliorare la conoscenza dei danni alla salute dei suoi abitanti e dei loro territori, relativi all’uso dei pesticidi, ormai certi, e dei danni relativi alle conseguenze della diffusione esagerata, in alcuni ambiti territoriali, soprattutto del Meridione d’Italia, degli impianti di produzione di energia green, on-shore, ormai ipotizzabili. Comunque, l’approccio organico alla gestione dei suoli agricoli prevede pratiche di rigenerazione del terreno, come il concime animale e le colture di copertura o le false semine, con il fine di eliminare l’uso della chimica, nella gestione dei seminativi, e per realizzare un’agricoltura sostenibile, nel vero senso della parola, ovvero un’agricoltura di lungo termine (10). In questo ambito sono nate, in Italia, alcune realtà imprenditoriali, come la Rete S.P.A.C. (Sistema Produttivo Agro Alimentare di Capitanata), di cui, chi scrive, è il Presidente (16), una Rete innovativa, nata in Capitanata, ovvero nella parte settentrionale della Puglia, ma riproducibile ovunque, con l’obiettivo di integrare le pratiche agricole ecocompatibili, con l’uso delle energie rinnovabili, riducendo l’impatto ambientale, e promuovendo la crescita economica, sostenibile della Regione, o, comunque, di tutti quei territori, dove essa dovesse essere realizzata.
Il Mezzogiorno d’Italia
Questo Sistema è impegnato a rendere il Mezzogiorno d’Italia, attore del “Sistema Km zero”, per la produzione di prodotti biologici e di energia “Off-grid”, con l’apporto decisivo delle Università e dei Centri di Ricerca, con i quali collabora, mirando ad integrare le attività agricole con quelle industriali, imprenditoriali, finanziarie, tecnologiche e commerciali, nel tentativo di creare un ecosistema sostenibile e resiliente, partendo dal basso, ovvero dagli agricoltori. In conclusione, le “keywords”, di questo lavoro, vorrei che fossero riassunte in un sillogismo molto diffuso, ma errato, concettualmente, scientificamente e praticamente, quale: + glifosato, + nitrati, + glutine = pasta non scuocibile, sillogismo, che quindi va corretto, in senso diametralmente opposto, perché esso non fa bene alla nostra salute e nemmeno a quella della terra, e che si deve trasformare in un impegno, che ognuno di noi deve assumere, ogni giorno, nell’acquisto di ciò che si porta sulle nostre tavole, e non solo della pasta, che deve essere scelto con maggiore consapevolezza ed informazione, su tutto il suo ciclo produttivo, dal campo alle nostre case, in difesa della nostra salute e di quella della terra, in attesa che, speriamo presto, qualcuno, o meglio chi di dovere, ed a qualunque livello, si accorga della portata di queste considerazioni, prima che sia troppo tardi, e ponga rimedio.
Dalla mia Residenza di Palino, Sant’Agata di Puglia (FG), 9 agosto 2025
- Giuseppe Maruotti
- Medico-Chirurgo Specialista in Ginecologia ed Ostetricia
- Già Docente a.c. della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Università degli Studi di Foggia
- Agricoltore biologico
- Membro di Masserie Santagatesi
- Presidente di Rete S.P.A.C.
Bibliografia:
- Agriculture and rural development: agriculture.ec.europa.eu
- Al overview: generato con l’aiuto dell’AI
- Al overview: generato con l’aiuto dell’AI
- Barbieri A.: Dal Territorio, News#AttilioBarbieri #Enofice2025.02
- Barolini A.: “Euronews.”, 11-10-23-16:12
- Caggiano G.: comunicazione personale
- Capasso A.:” AgrifoodToday”, 13.1.2022 16:27
- Di Noto A.: “Open”, 12.4.25-22.10
- Donat-Vargas C. et al.: “Long Term Exposure to Nitrate and Trihalomethanes in Drinking Water and Prostate Cancer: A Multicase-Control Study in Spain (MCC-Spain)”. Environ Health Perspect. 2023 Mar
- Giovannini E.: “L’utopia possibile”. Edizioni Laterza 2018
- Guidaeuroprogettazione.Ue
- ”Il veleno è servito”: A Sud-CDCA-Navdanya International/2017
- Leu A.: “Il mito dei pesticidi sicuri”: 2015 “The myths of safe pesticides”, ACRES USA 2014
- Ponzacchi S. et al.: “Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague Dawley rats”, Environmental health, 24:26 2025
- Redazione di “Terra e vita”, 27.5.24
- Retespac.it
- Rossi S.: “ Il fatto alimentare”, 14.7.25
- Samsel, A. and Seneff, S.: “ Gliphosate, Pathways to Modern Diseases II: Celiac Sprue and Gluten Intolerance”, ”Interdisciplinary Toxicology”, 6(4), 159-184, 2013. https://doi.org/10.2478/intox-2013-0016
- Will Media: 27.1.25