Parma è una delle città del cibo italiane più importanti. Di Parma ne parla il mondo, perché nel mondo si sa che a Parma si mangia bene ed è città di cultura.
La fiorente agricoltura, la qualità dei prodotti della terra elaborati da mani sapienti sono ben noti, c’è la mano e la testa dei parmensi che hanno saputo migliorare nel corso dei secoli anche gli alimenti provenienti da altri continenti.
Non è un caso che proprio in questo territorio siano nati ben dieci musei monotematici strettamente legati fra loro, dedicati al cibo, che meritano di essere visitati per la loro completezza didattica.
Museo della Pasta nella Corte di Giarola a Collecchio
Ci troviamo nel Parco Regionale Fluviale del Taro in una corte medioevale che fu monastero benedettino fino all’Ottocento.
Il percorso museale attraversa la storia dell’umanità e della sua sopravvivenza: il grano, il pane, la pasta.

Impianto per la molitura e la lavorazione del grano
L’umano in origine, alla ricerca di cibo, raccoglieva i chicchi dei cereali e, troppo duri e compatti, li pestava usando l’acqua in rudimentali mortai, potevano così essere commestibili anche a crudo. Si presentavano come una polenta grezza. Questo avveniva 30.000 anni fa, prima dell’avvento della cottura che cambiò e facilitò tutto.
Passati migliaia di anni, con l’adozione degli strumenti per macinare il grano, il matterello per tirare la sfoglia, ottenere tagliatelle, maccheroni, ravioli, lasagne; poi ancora con la separazione delle tipologie dei grani e delle loro farine si migliorò la qualità, la pasta di semola di grano duro in alternativa a quella di grano tenero impastata con l’uovo che rappresenta la vera tradizione emiliana.

Spaghetti del 1808 rinvenuti
Dal XIII secolo a Parma si consolida l’Arte dei Fornai; occorre però attendere la fine del XVIII secolo perché nascano istituzioni locali, sul genere dei Consorzi, dedicati allo sviluppo agricolo e alla trasformazione delle coltivazioni con l’impiego della tecnologia. Nascono vari piccoli pastifici, e nel 1877 anche quello che poi è diventato il pastificio industriale più grande al mondo: Barilla.
La storia dei panifici continua nel museo che raccoglie macchinari agricoli, i mulini, le impastatrici, gli essiccatoi, i formati della pasta con le loro trafile in bronzo, un imponente impianto industriale di produzione della pasta di metà dell’Ottocento e tanti curiosi piccoli attrezzi “aiutacuoca”.
Museo del Pomodoro nella Corte di Giarola a Collecchio
Il pomodoro, originario delle Americhe fra Messico e Perù è un alimento che gli aztechi chiamavano Tomatl; è comparso in Italia nel 1548, dopo 28 anni che il conquistadores Fernando Cortez lo aveva portato in Spagna. Giallo e dall’aspetto curioso, restò per molto tempo inutilizzato: si temeva fosse velenoso e veniva usato solo come pianta ornamentale.

Confezioni di latta per pomodori
Dopo quasi 500 anni la situazione è ben diversa. Il pomodoro italiano e le sue conserve sono presenti nelle migliori cucine mondiali. Giallo, rosso o verde, nelle sue innumerevoli varietà, è il più presente compagno, non solo della pasta, ma insieme a questa è alla base della piramide della Dieta Mediterranea.
Ma perché il museo a Collecchio di Parma?

Tipologie di apriscatole
È che verso la fine dell’Ottocento a Parma si creò un movimento di agronomi innovatori, vollero sviluppare e sperimentare la sua coltivazione. Molti agricoltori vennero coinvolti e, grazie alla neonata Cassa di Risparmio, si ottennero finanziamenti per incrementare l’industria conserviera, indispensabile per non disperdere grandi raccolti di pomodori facili al deterioramento.
Gli imprenditori metalmeccanici si attivarono nella costruzione delle macchine per le trasformazioni in sughi, salse, pelati, concentrati, il tutto in vasetti, barattoli e la novità dei tubetti, questi ultimi furono una rivoluzione, complessivamente un successo a livello mondiale.

La conserva di Pomodoro nel Futurismo di Tommaso Marinetti
Il museo ripercorre la storia del pomodoro e delle sue varietà, dalla sua scoperta per arrivare alla comunicazione pubblicitaria del prodotto finito.
La bella Corte di Giarola a Collecchio, che ospita i due musei della Pasta e del Pomodoro, offre ai visitatori un elegante ristorante con menù tematici dove è possibile organizzare importanti eventi.
Museo del vino a Sala Baganza

Dalla forma delle anfore rinvenute si individua il luogo di origine
La viticoltura, nata nel Medio Oriente circa 9000 anni fa, giunge nel sud della nostra penisola in forma massiccia grazie agli ellenici; i romani l’hanno poi diffusa nelle aree europee di loro influenza. Oggi l’Italia è l’unico paese al mondo dove la vite è coltivata in ogni angolo del territorio.
Questo di Parma è un territorio enologico importante, perché a seguito dei ritrovamenti sotterranei e agli studi eseguiti, risulta che proprio qui, grazie alla venuta dei celti, sia stato possibile iniziare a bere il vino in purezza, non più allungato con acqua come usavano i romani e nemmeno speziato come lo bevevano i greci.

stampi di legno per produrre le bottiglie in vetro
Nella Rocca di San Vitale a Sala Baganza, che ospita il Museo del Vino suddiviso in sei sezioni, si trovano gli attrezzi dei vitivinicoltori, le botti, le anfore dove si conservava il vino proveniente da altre regioni, gli stampi per produrre le bottiglie in vetro e, nella antica e suggestiva ghiacciaia è stato ricavato lo spazio per le proiezioni dei filmati che raccontano il percorso della viticoltura fino a oggi e dove il generale Giuseppe Garibaldi e il maestro Giuseppe Verdi, amanti rispettivamente dei vini Malvasia e Fortana, sono parte attiva.

Museo del Vino, le proiezioni nella ghiacciaia
Le tipologie dei vitigni principali locali sono: Malvasia di Candia, Sauvignon, Fortana del Taro, Lambrusco di varietà Maestri, Barbera e Croatina, da questi vitigni si ottengono aromatici vini che accompagnano alla perfezione la ricchissima gastronomia tipica della provincia parmense, la sua salumeria e i formaggi a partire dalle stagionature del Parmigiano Reggiano.
Museo del Salame Felino a Felino
Verso la fine del 1700 a Felino, un paese di 2200 abitanti si allevavano circa 1500 maiali e i salumi prodotti erano

Jacovitti dice la sua sul Salame Felino
apprezzatissimi fino a Milano, due erano i motivi: gli animali avevano una crescita ottimale vivendo allo stato brado e cibandosi di ghiande, noci e tutto ciò che potevano trovare nei boschi; le carni per i salumi erano trattate con i “sali bromo iodici” provenienti dalla vicina Salsomaggiore. La proprietà antibatterica dei sali permette la conservazione delle carni utilizzando una più bassa salatura, conseguentemente il salume risulta molto più gradevole al gusto.
Grazie al successo ottenuto dalle salumerie del paese, a fine ‘800 gli allevamenti dei suini vennero spostati in prossimità dei numerosi caseifici di Parmigiano Reggiano e il paese di Felino diventò un luogo privilegiato di sola produzione del Salame Felino puntando alla qualità e il 5 Marzo 2013 ha ottenuto il marchio Igp.

Il Museo del Salame a Felino
Nel museo si trovano testimonianze storiche e archeologiche, video, oggetti per le lavorazioni del salume, la storia del tritacarne e varie curiosità in merito alla produzione e ai consumi, come quella dedicata ai soldati locali, i “salamari” sbeffeggiati perché impegnati più a mangiare salami che a combattere; alla fine della visita il passaggio nella sala di degustazione dove si dà spazio al pregiato salume Igp.

Giornalisti dell’Agroalimentare condotti da Giancarlo Gonizzi
Voglio ringraziare l’Associazione dei giornalisti dell’agroalimentare Arga/Unarga per avere organizzato questo interessantissimo tour e Giancarlo Gonizzi, curatore dei Musei del Cibo, che ci ha guidato nell’intero percorso. Intervista a Giancarlo Gonizzi
Riferimenti, link ai Musei:
- Museo della Pasta – Musei del cibo della provincia di Parma
- Museo del Pomodoro – Musei del cibo della provincia di Parma
- Museo del Vino – Musei del Cibo della Provincia di Parma
- Museo del Salame di Felino – Musei del Cibo della Provincia di Parma