Cantina Piazzo ad Alba: parole di grappoli e felicità. Intervista

di Andrea Di Bella
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Simone Allaria Piazzo tra i vigneti della Cantina di famiglia. Photocredits Andrea Di Bella

Intervista a Simone Allario Piazzo, giovane viticoltore trentaquattrenne che, con Marco, il fratello, è la terza generazione della Cantina Piazzo, a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba, sulle prime colline che profumano di Barbaresco.

Immaginate colline di filari allineati e meravigliosi che guardano su in alto il campanile della chiesa di Treiso e le creste di Barbaresco. Ci troviamo proprio nel territorio del Barbaresco, sul versante destro del Tanaro, a due passi dalla città di Alba, (Cuneo). Siamo dentro quel mondo straordinario del vino che scavalca le colline, quello che ha l’odore del Nebbiolo o del Moscato, e se ti volti un po’ ecco l’altra faccia della Bellezza, quella del Barolo.

Vigneti di Cantina Piazzo a San Rocco Seno d'Elvio. Photocredits Andrea Di Bella

Vigneti di Cantina Piazzo a San Rocco Seno d’Elvio. Photocredits Andrea Di Bella

L’incontro con Simone Piazzo l’ho voluto io. Perché? Ero già stato qui, alla Cantina, perché ero venuto ad intervistare nonna Gemma, l’acuta vignaiola della prima generazione che, al tempo della Malora di Fenoglio, aveva dato inizio proprio in questo luogo ad un racconto straordinario, col creatore di tutto, Armando Piazzo, suo marito. Un racconto di fatica, di rinunce, di sacrifici, di poche gioie, ma di fascino infinito.

Quella storia iniziò negli Anni Sessanta, protagonisti Gemma Veglio, contadina di Langa, e Armando Piazzo, giovane agricoltore con la testa piena di sogni e le mani fatte di terra.

C’erano una volta Gemma e Armando che… (LEGGI IL RACCONTO)

Avete letto quanta intimità si legge tra le righe, quale poesia è riuscita ad esprimere nonna Gemma, quanta emozione e quanti ricordi evoca il suo racconto.

Ma il tempo della Malora, fortunatamente, come ogni tempo, è finito!. Oggi qui, presso la Cantina Piazzo, si respira aria nuova, fatta sempre della stessa Bellezza, ma rinnovata da uno spirito imprenditoriale straordinario, da una lungimiranza attenta e costruttiva, da un senso di unione d’intenti che proietta l’azienda lontano. Pensate che il 90-95% della produzione del vino va oltre i confini nazionali. E i progetti per il futuro non mancano, sorprendentemente.

Simone, ci puoi, innanzitutto, descrivere dove ci troviamo. Io vedo un Paradiso di colline… attorno a noi

Siamo a San Rocco Seno d’Elvio, una piccola frazione di Alba, che fino agli Anni Cinquanta, credo, facesse parte del Comune di Barbaresco. È l’unico territorio di Alba dov’è consentita la produzione del Barbaresco. Forse è il primo motivo per cui il nonno Armando lo scelse per diventare il centro del nostro universo. Noi stiamo camminando attorno al cantiere che ospiterà, una volta completato, la nuova cantina, il reparto vendita, gli uffici e l’accoglienza”

Vedo una parte antica tra i fabbricati…

Si, ogni generazione ha apportato modifiche, cambiamenti, in funzione delle esigenze del momento. Oggi c’è ancora la cantina sotterranea, la barricaia, il locale per l’imbottigliamento, la sala degustazione…

La storia di Piazzo comincia da qui… una storia che tocca anche il cuore! Quale stato d’animo ti accompagna quando, come adesso, percorri questi filari…

“Si, era il 1969 e tutto ebbe inizio da qui. Mi sento orgoglioso di questo, mi sento di essere a casa, è un lavoro che ci piace. Tutto quello che facciamo si trasforma in gioia. È un periodo splendido per questi territori delle Langhe, oltre che per i vini, anche per il Tartufo, per la Nocciola, per tutto. C’è un movimento turistico di eccellenza, gente da tutto il mondo ci viene a trovare. Come fai a non essere orgoglioso da tutto questo?

Simone tra i filari. Photocredits Andrea Di Bella

Simone tra i filari. Photocredits Andrea Di Bella

Tenendo il pugno chiuso, non ti esce niente dalla mano, ma neanche vi entra nulla”. Sono parole di nonno Armando. Puoi inquadrare la figura del “visionario”, ideatore di questo mondo attorno?

“Difficile inquadrarlo in poche parole. Sono frasi che ho sentito dire da lui e poi da gente che lo conosceva, da amici. Quand’ero ragazzino, forse, non condividevo il suo pensiero ma quando sono cresciuto ho capito bene il significato delle sue parole. Lui è mancato che avevo 17 anni…avevo cominciato a capire chi era stato, la sua personalità, il suo carattere. Straordinario!. Tutti lo conoscevano, quando mi presentavo, ovunque, mi chiedevano se fossi il nipote di Armando. In tutti ha lasciato un bel ricordo, un segno. Era anche diventato consigliere nel Comune di Alba, aveva avuto una vita politica qui sul territorio. Insomma per me è onorevole essere suo nipote. Se parlo del “visionario”, quella è la parte di lui più interessante, se penso a tutto quello che ha fatto, partendo da sotto zero. Ha realizzato cose che tutti gli altri suoi amici non sono riusciti a fare. Se tutti andavano a Est, lui si dirigeva a Ovest, perché andare tutti nella stessa direzione? E i risultati gli danno ragione. È la cosa che condivido di più di lui. Caparbietà e lungimiranza”

Ricordi un detto, una frase a cui lui era particolarmente affezionato?

“È meglio fare e poi pentirsi, che pentirsi di non avere fatto”. Oggi la utilizziamo noi in famiglia, è diventato il nostro motto. Quel detto ci sprona tutti a fare, ad andare avanti”

Su questa terra è nata una storia meravigliosa… erano i tempi della “Malora” di Beppe Fenoglio…il sogno di tutti era andare via, scappare. Però qualcuno rimase… un po’ di follia?

“Oggi stiamo parlando di una scommessa vinta, ma come tutte le scommesse si poteva perdere e anche malamente. C’è voluto tanto impegno e fatica. Io sto parlando della Langa dal punto di vista turistico, produttivo, dell’accoglienza, del business, ma voglio anche ribadire che noi giovani ce la stiamo mettendo tutta per conservare e migliorare il patrimonio che ci hanno lasciato i nostri nonni. Questo benessere deriva da una passione vera, dal senso di appartenenza, dalla voglia di portare la vocazione del territorio a livelli eccellenti”

Quale fu, in quegli anni, il ruolo di nonna Gemma… assecondò il nonno, lo contrariò?

“Dai miei ricordi, entrambe le cose. Alla nonna piaceva sognare, ma con i piedi per terra, però, sempre. Lo seguiva nei suoi sogni ma poi cercava di trattenerlo, di farlo ragionare. Secondo me, ci vuole un equilibrio per ogni cosa. È quello che cerchiamo di avere noi, oggi: c’è chi guarda al futuro, chi pensa al presente, e poi, alla fine troviamo il modo per proseguire nel nostro cammino”

Simone, quelli erano i tempi del Dolcetto… ma nonno Armando, però, aveva in mente e nel cuore il Nebbiolo,  allora vitigno di secondo piano…

“Direi anche terzo o quarto. Aveva davanti il Moscato e forse anche la Barbera! Il Nebbiolo non veniva bevuto, per diversi motivi, per la sua scarsa produttività ma anche perché, all’epoca, andava a creare sempre vini ‘pesanti’, ‘’robusti’, senza quella finezza o eleganza, che gli riconosciamo oggi. Sì, era già nota la sua capacità di invecchiamento, ma mancava ancora il mercato, il consumatore finale che conoscesse questo vino”

Ci sei arrivato da solo… nel 1985 si realizza il primo Barolo, un bel sogno!

“Si, vero, nel 1985 nasce il primo Barolo etichettato Cantina Armando Piazzo. Prima lo realizzava, ma senza etichetta. Così, come il primo Barbaresco etichettato nel 1979”

Oggi, la vostra produzione annovera diverse etichette su varie colline della Langa e del Roero…

“Noi lavoriamo, principalmente, in Langa; abbiamo , però, un 10% di uve, circa 7 ettari, nel territorio del Roero, nella zona di Guarene per l’esattezza: lì produciamo il nostro Roero Arneis, in una zona che riteniamo la più vocata. Lì, coltiviamo anche Barbera e Nebbiolo. I restanti 63 ettari sono in Langa. Più di 40 ettari sono destinati alla produzione di Nebbiolo, che rimane il core business dell’azienda: Barolo, Barbaresco, Langhe Nebbiolo. Gloria a chi, sessant’anni fa, passava per visionario, ma aveva avuto intuito, aveva visto lungo. All’epoca, la gente, andava via da qui, scappava, gente che da generazioni viveva qui fuggiva. Nonno no! Volle mettere le radici, qui, trentenne, impegnò soldi che non aveva. Ebbe coraggio e un po’ di incoscienza. Forse, anche un po’ di follia!”

Biodiversità alla Cantina Piazzo. Photocredits Andrea Di Bella

Biodiversità alla Cantina Piazzo. Photocredits Andrea Di Bella

Vorrei che mi parlassi del Protocollo “Green Experience”, applicato in azienda: di cosa si tratta e quali gli effetti

“Bene, è un protocollo di Coldiretti Cuneo che a noi piace perché non si tratta di estremizzare tecniche tipo biologico, biodinamico o convenzionale. Noi siamo per una ‘lotta sostenibile’, e chiarisco: Green Experience si basa su alcuni principi fondamentali quali il divieto di diserbo, l’impianto di colture diverse, come frutti, erbe aromatiche tra i filari, per attirare più insetti e rafforzare la biodiversità. Le prime sperimentazioni sono state fatte solo sulla produzione di Barolo a Barolo, dove le condizioni di altitudine e di ventilazione si prestavano meglio. Quindi, in commercio esiste, finora, solo un Barolo Green Experience, sul Barbaresco ci stiamo lavorando, ma in etichetta arriverà tra un po’. C’è da dire che noi applichiamo in alcuni casi alcuni principi dell’agricoltura biologica ma non siamo certificati, perché, personalmente nutro delle perplessità sull’applicazione tout court”

A proposito di etichette, ciascun vino racconta la propria storia, con riferimenti al territorio, alla famiglia che l’ha prodotto, al soprannome… Mugiot, Pajorè, Vigna Gialla, Sottocastello di Novello… bello!

“Si, è così. Ad esempio Mugiot era il soprannome del nonno di mio nonno, che era un commerciante di legna ed era solito fare dei mucchietti (mugiot), per venderla; noi abbiamo etichettato così la nostra Barbera d’Alba Superiore. Alcune etichette derivano dal nome del vecchio contadino da cui nonno aveva comprato… creando così un legame affettivo con chi si era preso cura della vigna, prima di noi”                                           

Simone, il 95% della vostra produzione finisce all’estero: è una politica aziendale che pensate di portare avanti ancora?

“Allora, devo affermare che la scelta attuale dell’azienda è quella di portare l’export al 90%. Negli Anni Ottanta, Novanta i miei genitori avevano pensato di investire molto sui mercati internazionali, per cui ci siamo trovati, nel tempo, a dover gestire una situazione anomala, più clienti all’estero che in Italia. Sul territorio italiano eravamo pressoché sconosciuti. Oggi, dopo la situazione pandemica attraversata, ci siamo resi conto di quanto siano fragili i mercati intercontinentali. Ora, vogliamo tenere maggiormente i piedi in casa, per sicurezza territoriale e per orgoglio”

Simone mostra una bottiglia di Barolo. Photocredits Andrea Di Bella

Simone mostra una bottiglia di Barolo. Photocredits Andrea Di Bella

E, allora, finalmente, sulle tavole dei ristoranti nazionali si possono stappare le vostre bottiglie

“Senz’altro. Le nostre etichette saranno distribuite in tutt’Italia proprio a partire da questi giorni. Vogliamo arrivare nei ristoranti di alto livello, della fascia medio-alta. In tutt’Italia, Isole comprese”

Per finire, Simone, torniamo al sogno, anche nonno Armando sognava e questo l’ha portato lontano… Tanti si sono avverati tra queste colline…è bello raccontarli, ma credo ce ne siano altri da raccontare… tu avrai un cassetto preferito che è quello ‘dove conservi il futuro’. Proviamo ad aprirlo?

“Sicuramente trovo il progetto di portare avanti l’azienda con il consueto rispetto per il territorio e il medesimo impegno. Vorrei aggiungere qualcosa che non riguardi solo la produzione del vino. Vogliamo portare qui tanta gente, e fare comprendere di più la cultura del territorio. Progettare una nuova cantina, dove le grandi vecchie annate racconteranno le loro storie, separate dalle recenti. Ma l’architettura (top secret ndr) che abbiamo in mente farà dialogare queste bottiglie tra di loro. Si creeranno emozioni. Infine, creare una locanda, un’accoglienza che possa permettere il soggiorno tra questi filari, e far capire, attraverso la nostra narrazione, quello che la Langa era ed è. Una consapevolezza culturale!.

Prima di chiudere e ringraziarti ho una curiosità che mi porto dietro da quando, guardati da questo azzurro straordinario del cielo, stiamo calpestando una terra divina, stamattina: Simone, cos’è per te la felicità?

Simone ha un attimo di tentennamento, respira, si ferma, si blocca, mi guarda e tenta di sorridere. Tace, pensa, gioca con lo sguardo ma risponde, pensando alla risposta che nonna Gemma mi aveva dato prima, nell’altra intervista: “Felicità è vedere, che in questi dieci anni trascorsi qui, pur senza arrivare ai sacrifici dei nonni, le cose le ho viste migliorare. Con impegno, ambizione ed orgoglio si sono raggiunti traguardi importanti. Facciamo quello che ci piace e la soddisfazione di tutto questo è la risposta della gente che ci conosce e ci apprezza. Abbiamo avuto la possibilità di accogliere il mondo ma anche di conoscerlo o di scoprirlo nella nostra quotidianità. Felicità significa incontrare belle persone, conoscere bei territori, parlare con te, come oggi, della nostra famiglia. E sapere che questa nostra storia possa essere letta da altre persone mi riempie di gioia immensa”.

Partendo da nonno Armando e da nonna Gemma, passando per mamma Marina e papà Franco, si arriva ai giorni nostri con Simone e Marco. Una bella storia, fatta da gente semplice, un racconto di sacrifici, di sogni, di realtà.

Una storia fatta di grappoli che si chiama Felicità.

Grazie Simone.

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