L’Arancia Belladonna di San Giuseppe è un nuovo presidio Slow Food

di Francesca Sepe
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Cresce nella frazione di Villa San Giuseppe del Comune di Reggio Calabria, nell’area del fondovalle compresa tra le fiumare del Gallico e del Catona, due corsi d’acqua che dall’Aspromonte scendono fino allo Stretto di Messina ed è stata presentata ufficialmente a Terra Madre Salone del Gusto, a Torino dal 22 al 26 settembre.

Se resta misteriosa l’origine del nome, note – e degne di nota – sono le caratteristiche di questo frutto: una varietà di arance tardive, che giungono a maturazione tra aprile e maggio, ottime da mangiare fresche oppure trasformate in marmellate e scorzette candite.

«Fino agli anni ‘70 questa coltura produceva un reddito importante e rappresentava una voce significativa del comparto agricolo della nostra provincia, perché il prezzo corrisposto era superiore a quello di altri prodotti» spiega Franco Saccà, referente Slow Food del Presidio.

Le arance dello zar

La gestione degli aranceti avveniva in colonìa, cioè con la concessione dei terreni da parte dei grossi proprietari terrieri ai coloni, che lavoravano negli appezzamenti.

La sostituzione della belladonna con varietà commercialmente più popolari e precoci come l’arancia tarocco, e anche il progressivo abbandono dell’agricoltura in favore di altri mestieri hanno contribuito alla perdita della belladonna.

«È un peccato, anche perché anticamente l’arancia belladonna veniva esportata ovunque, sia in Italia sia all’estero. Si dice addirittura che fosse sulla tavola degli Zar di Russia – continua Saccà –. L’abitudine a esportare queste arance era così consolidata che ancora oggi si usa misurare il raccolto in “vagoni”, cioè nei carichi che un tempo partivano dalle stazioni ferroviarie delle località di Gallico e Catona, pari a 300 quintali».

Il valore della vita di comunità

«La belladonna è in via d’estinzione a causa dell’abbandono degli appezzamenti da parte dei produttori, avvenuto perché questa arancia ha smesso di essere remunerativa – sintetizza Francesco Caridi, referente dei cinque produttori che aderiscono al Presidio Slow Food –. Allo stato attuale, difficilmente si recuperano i costi di produzione. Perché, allora, lo faccio? Mi spinge l’eccellenza del prodotto e il fatto che l’arancia esprime l’identità del nostro paese: la vita, da queste parti, per lungo tempo ha girato attorno a questo frutto».

Il Presidio Slow Food, in questo come in tutti gli oltre 365 altri casi in giro per l’Italia, nasce per sostenere una produzione, difenderla dall’estinzione, promuoverne la conoscenza e lo sviluppo commerciale: un riconoscimento non fine a sé stesso, ma un vero strumento in grado di attivare microeconomie locali, far nascere e crescere filiere locali, difendere il suolo dall’abbandono e dal rischio idrogeologico che ne deriva e assicurare sovranità alimentare alle comunità che lo abitano.

Si consuma al naturale, spremuta, si cucina, se ne fanno bevande, marmellate e gelatine, la scorza si candisce come la polpa. Dall’arancio si può ricavare un olio essenziale utilizzato in pasticceria, in confetteria, in cosmetica, in farmacia e anche in chimica e l’acqua di fiori di arancio serve ad aromatizzare crepes, budini, sciroppi, tisane e dolci, primo fra tutti la pastiera napoletana.

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