Città, paesi e borghi: Tortorici, “Città della Nocciola”

di Francesca Sepe
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Faggete e noccioleti, pascoli, laghi e torrenti, montagne ora spoglie ora verdissime, paesaggi ricchissimi: tutto questo è il territorio di Tortorici, fortemente connotato da un ambiente naturale tra i più vari e ricchi di tutto il comprensorio dei Nebrodi.

Probabilmente fondato in epoca bizantina da popolazioni di origine greca, è nel 1300 che avvia la sua espansione, costruendo chiese oltre la cinta muraria, come quella di S. Nicolò e SS. Salvatore, spingendosi anche oltre il fiume con l’edificazione delle Chiese di S. Maria de Platea, S. Domenica, e S. Maria extra menia.

Le ricchezze naturali del territorio

Accanto a Chiese e Monumenti, esiste un suggestivo centro storico fatto di un dedalo di viuzze nelle quali è possibile ammirare le chiavi di volta delle porte in pietra finemente istoriata.

In poco tempo sono sorte case, palazzi, opifici, botteghe che hanno animato la città e se l’arte della fusione del bronzo è quella che ha dato maggior prestigio e notorietà a Tortorici, fiorente è anche la lavorazione del rame, l’agricoltura e l’estrazione dell’oro.

I conventi, nel corso dei secoli, si ricordano per una prolifica produzione dolciaria, che oggi è perfino riconosciuta come Presidio Slow Food, quella della pasta reale, tipicità siciliana conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Tra mito e leggenda, nella Tortorici circondata da allori, giganteschi agrifogli e grandi felci, oggi sopravvive perfino la rarissima “Petagnia Saniculaefolia”, pianta spontanea protetta perché a rischio estinzione.

Sicilia uguale mandorle, ma non solo

«La Sicilia non è soltanto mandorle e dolci a base di pasta di mandorle – afferma Vincenzo Pruiti, referente Slow Food del Presidio della pasta reale di Tortorici, –. Qui in provincia di Messina esiste una lunga tradizione legata ai noccioleti e i prodotti a base di nocciole non sono secondi alle pur eccezionali mandorle».

La presenza del nocciolo da queste parti è testimoniata fin dal Cinquecento: «La zona in cui viviamo è montuosa e questa pianta ben si presta a questo tipo di terreno, perché ha radici fitte ma superficiali. Oltre alla morfologia del territorio, c’è anche una ragione storica che ha fatto sì che i noccioleti si diffondessero ulteriormente all’inizio del secolo scorso: l’arrivo della fillossera che decimò i vigneti. Disperati, molti contadini scelsero di piantare noccioli».

Così, all’interno del Parco naturale dei Nebrodi, ancora oggi si preservano numerosi ecotipi locali di nocciole: un patrimonio di biodiversità che fa la fortuna del luogo e di chi sa valorizzare in pasticceria il frutto di queste piante.

«Le nocciole sono il frutto del nostro territorio – conclude Lidia Calà Scarcione, pasticcera e referente dei due produttori che attualmente aderiscono al Presidio – e la pasta reale di Tortorici, da questo punto di vista, è emblematica di quest’angolo di Sicilia».

Un patrimonio che però è in pericolo: «Oggi le piante vengono abbandonate perché qui il terreno non è pianeggiante, quindi coltivarle risulta faticoso e poco conveniente: non c’è possibilità di meccanizzare il lavoro né di avere appezzamenti particolarmente grandi. Ma l’abbandono non è privo di conseguenze: comporta che le foreste “si abbassino”; in altre parole, la vegetazione sta riconquistando aree un tempo coltivate». 

Per secoli, infatti, l’agricoltura è stata lo strumento con cui l’uomo è entrato in rapporto con la natura, anche addomesticandola e rendendola produttiva, sempre rispettando un implicito patto: lavorare la terra per coglierne i frutti, ma tutelando l’equilibrio e la capacità di rigenerazione del suolo.

Ma non può esistere equilibrio e rigenerazione né nell’abbandono né nel sovrasfruttamento, due tendenze diffuse che oggi dobbiamo invertire a livello globale.

Il Santo invocato per scongiurare i danni

La lunga festa in onore di S. Sebastiano richiama ogni anno moltissime presenze; inizia il primo gennaio con il suono della campana e l’esposizione del Santo alla Città per proseguire il 20 gennaio con la Processione nel Fiume Calagni dove i devoti fanno sostare la vara invocando la grazia, questo rito rappresenta il complesso rapporto della Città di Tortorici con i fiumi.

Dopo la sosta al fiume inizia la « questua », il Santo viene portato per le vie della Città rientrando nella Chiesa di S. Nicolò. Nella domenica successiva al 20 gennaio, si svolge “l’ottava”: la Statua del Santo viene portata nuovamente in processione, sino all’arrivo nella Chiesa Madre dove, il giorno successivo, viene celebrato “u pirdunu” (il perdono).

 

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