Ci sono persone che, quando le incontri, ti colpiscono per ciò che raccontano. E poi ce ne sono altre che, prima ancora delle parole, ti arrivano attraverso il suono della loro voce. Con Luca Ward accade qualcosa di diverso. Quando comincia a parlare, per qualche istante si rischia quasi di dimenticare la domanda che gli hai fatto. La sua è una voce che non si limita a essere riconoscibile. È calda, profonda, avvolgente, capace di insinuarsi nell’ascolto con una naturalezza quasi disarmante. Mentre lo intervisto penso a Ulisse e al canto delle sirene: quella seduzione a cui sai che dovresti resistere, ma dalla quale è difficile sottrarsi. Non c’è nulla di costruito, nessuna posa da divo. È semplicemente la sua voce. E forse è proprio questo a renderla così potente.
Gli racconto che, quando in un film a doppiare è lui, a volte finisco per chiudere gli occhi. Non perché lo schermo non mi interessi, ma perché quella voce è sufficiente a portarmi altrove. A farmi immaginare, sognare. Poi, però, accade una cosa curiosa: più lo ascolti e più ti accorgi che dietro quella voce non c’è soltanto l’interprete che tutti conosciamo. C’è Luca, con la sua storia, le sue cadute, il lavoro fatto da dietro le quinte, il mare, i figli, gli incontri casuali che hanno cambiato una vita.

Luca Ward
Il camionista non esiste
Prima della voce che oggi riconosciamo immediatamente, c’è stato un uomo che faceva il camionista. Guidava quelli che lui stesso definisce la “Ferrari dei camion”, gli Iveco, attraversando le strade verso Baghdad, Beirut e il Medio Oriente. Quando tornava dai viaggi, aveva un desiderio semplice: un cornetto e un cappuccino. Così passava da Bar Canova, in Piazza del Popolo, e faceva colazione. Una mattina incontra Pino Locchi, una delle grandi voci del doppiaggio italiano, conosciuto anche per aver dato la voce a Sean Connery. Ward gli racconta che fa il camionista. Locchi lo guarda per qualche secondo. Poi gli dice: «Il camionista ? Non esiste». E subito dopo gli indica una strada: «Io sto andando in via Margutta. Tra quindici minuti presentati là». Ward rimane interdetto. Ci va? Non ci va? Alla fine ci va.
Non perché sappia già fare il doppiatore. Anzi. Racconta di essere stato, allora, «una schiappa totale». Ci va quasi per curiosità, per salutare qualche amico. E da lì, semplicemente, non ne è più uscito. È una delle immagini che più mi rimangono di lui: un uomo che non ha avuto bisogno di inventarsi una strada, perché la strada gli è arrivata incontro.
Prima del microfono, però, c’è stata la gavetta. Il lavoro dietro le quinte. Il mestiere imparato guardando gli altri lavorare: macchinista, tecnico, elettricista, fonico, direttore di scena. Tutto ciò che accade quando il pubblico non guarda. Perché stare dietro le quinte, dice Ward, ti forma. Ti insegna. E forse è proprio lì che si comprende qualcosa del suo modo di essere: non c’è niente di improvvisato nella sua leggerezza. Dietro quella naturalezza c’è una vita fatta di lavoro, di tentativi e di occasioni che potevano non arrivare mai.
Una voce non basta
Nel suo racconto ritorna più volte una parola: merito. Nel doppiaggio, dice, non vieni scelto per l’immagine, ma per quello che sai fare. Se ti chiamano, è perché vogliono proprio te: perché sei bravo. E il doppiaggio, insiste, non è semplicemente prestare una voce a qualcuno. È recitare senza avere il corpo dell’attore a disposizione. Devi respirare con lui, muoverti con lui, sentire la fatica del suo corpo anche quando quel corpo non è il tuo. Se corre, la voce deve raccontare la corsa. Se è a cavallo, il respiro cambia. Se sta combattendo, il diaframma non può comportarsi come se fosse seduto comodamente su una poltrona.
È anche per questo che Ward difende il tempo del mestiere. Ricorda di aver doppiato Pulp Fiction nel 1994 lavorandoci per circa un mese. Oggi, racconta, produzioni che richiederebbero tempi molto più lunghi possono essere realizzate in pochi giorni. E quando il tempo si restringe, qualcosa inevitabilmente si perde. Per lui si perde artigianalità. Viene meno l’ attenzione. Si perde quella ricerca quasi maniacale della battuta perfetta che apparteneva a un’altra stagione del doppiaggio. Non è nostalgia fine a se stessa. È la consapevolezza di chi quel mestiere lo ha vissuto abbastanza a lungo da sapere che una voce non è soltanto un suono: è un corpo invisibile.
“Troppa Ostia”
Forse il momento in cui più chiaramente emerge chi è Luca è quello legato a Vittorio Gassman. A diciotto anni partecipa a un seminario. Porta con sé il monologo di Riccardo III. Gassman lo ascolta e gli dice che c’è «troppa Ostia». Luca è di Ostia. E invece di considerarlo un difetto, lo rivendica. Perché dentro quel Riccardo III c’era anche lui. C’era il ragazzo di Ostia, il suo modo di parlare, la sua esperienza, il suo mondo. È una convinzione che ancora oggi accompagna il suo modo di interpretare. «Io ci ho sempre portato qualcosa di mio dentro». Ward non crede fino in fondo alla separazione assoluta tra attore e personaggio. Ogni volta che interpreti qualcuno, sostiene, qualcosa di te finisce inevitabilmente dentro quel personaggio. E forse è proprio questo il segreto della sua voce. Non perché la voce sia soltanto bella. Ma perché dentro quella voce c’è una persona.
“Sono un bravo marinaio”
Tra tutti i lavori che ha svolto, quello che considera il suo preferito sorprende. «Il marinaio». Lo dice con un orgoglio diverso. È nato vicino al mare. Il nonno era comandante nella marina mercantile americana, il padre era un uomo di mare e la famiglia ha una lunga storia legata alla navigazione. Quando gli dicono che è un bravo attore, risponde: «No, sono un bravo marinaio». E in quella frase c’è qualcosa che va oltre l’aneddoto. Il mare, per lui, non è soltanto libertà. È anche rispetto, conoscenza, paura. «Il mare va rispettato, va conosciuto e va temuto». È forse una delle definizioni più belle che gli sento dare.
Perché il mare, come la vita, non lo puoi dominare fingendo di non avere paura. Devi conoscerlo. Devi rispettarlo. Ogni momento libero cerca di trascorrerlo in mare. E anche i suoi figli ne hanno respirato il richiamo. Forse è per questo che, parlando con lui, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un uomo che ha attraversato molte vite senza perdere il contatto con quella più vera.
Il superpotere che non sapeva di avere
E quella voce? Quando ha capito di avere qualcosa di speciale? La risposta è sorprendentemente semplice: non c’è stato un momento. Non è stato lui a scoprirlo. Sono stati gli altri. Soprattutto alcuni grandi professionisti del doppiaggio, come Renato Izzo e Pino Colizzi, che in momenti diversi gli hanno fatto capire che dentro quella voce c’era qualcosa di particolare. Gli capitava di sentirsi dire: «Ma come hai detto questa battuta? È spaziale». È curioso pensare che una delle voci più riconoscibili del cinema italiano non sia nata dalla consapevolezza di possedere un “superpotere”. È stata riconosciuta dagli altri prima ancora che da lui. E forse anche questo spiega perché, nonostante tutto, Ward riesca a parlare del proprio successo senza sembrare prigioniero della propria immagine.
Il treno più importante
Poi c’è il treno più importante della sua vita. Non un film. Non un personaggio. Non una grande occasione professionale. La paternità. La prima figlia arriva quando ha appena ventidue anni e cambia il suo modo di stare al mondo. Quando parla dei suoi sogni, infatti, non mette al primo posto il successo. Dice che vorrebbe vedere i suoi figli diventare vecchi, arrivare a quell’età in cui i capelli cominciano a imbiancarsi. È un desiderio quasi disarmante nella sua semplicità.
E quando si parla di immortalità, con il suo solito umorismo, risponde che sì, gli piacerebbe essere immortale, ma ha controllato tutti i siti e, purtroppo, nessuno vende ancora l’immortalità. Poi torna a parlare di cinema. E qui la sua storia compie un altro piccolo cerchio. Tra i suoi sogni c’è infatti quello di interpretare un ruolo che fu di Vittorio Gassman: il Capitano Haddock. Gassman, l’uomo della «troppa Ostia». Ancora una volta, il passato torna a bussare al presente.
La voce davanti alla macchina
Sul futuro e sull’intelligenza artificiale, Ward non è contrario all’innovazione. Ma pone una condizione precisa: deve essere governata dall’uomo. Per lui la macchina può aiutare, può fare cose straordinarie, può diventare uno strumento potentissimo. Ma non deve sostituire ciò che appartiene all’essere umano. Perché il rischio, secondo la sua lettura, non riguarda soltanto il doppiaggio. Riguarda il lavoro, la dignità, il futuro delle persone.
E mentre ne parla, torna ancora una volta il tema che attraversa tutta la conversazione: la persona dietro il mestiere. La tecnologia può replicare una voce. Ma può davvero replicare la vita che c’è dentro quella voce?
Quello che rimane
Alla fine dell’intervista mi rimane una sensazione precisa. Avevo davanti Luca Ward, certo: uno degli interpreti e doppiatori più riconoscibili del cinema italiano, una voce che ha accompagnato alcuni dei grandi personaggi della cinematografia internazionale. Ma non è questo ciò che ricordo di più. Ricordo il camionista che, per una coincidenza, entrò in via Margutta. L’uomo che ha lavorato dietro le quinte prima di stare davanti a un microfono. Il ragazzo a cui Gassman disse che aveva «troppa Ostia». Il marinaio che preferisce definirsi un bravo marinaio piuttosto che un bravo attore. Il padre che sogna di vedere i propri figli con i capelli imbiancati.
E poi, inevitabilmente, ricordo quella voce. Quella voce che quando comincia a parlare sembra per qualche istante sospendere tutto il resto. Forse il vero potere della voce non sta soltanto nel suo timbro, nella profondità o nella capacità di evocare immagini. Sta nella possibilità di arrivare là dove le parole, da sole, a volte non arrivano. Entrare dentro una persona senza chiederle il permesso. Evocare un ricordo, un volto, un desiderio. Portarci altrove. E forse è proprio questo che mi è accaduto incontrando Luca Ward. Perché per un istante quella voce non l’ho soltanto ascoltata. L’ho sentita. Come il canto delle sirene. Solo che questa volta Ulisse non aveva bisogno di essere legato all’albero della nave. Forse ero semplicemente lì, davanti a lui, ad ascoltare.
