Terra Madre 2026 celebra i 40 anni di Slow Food Italia, nel segno del ricordo e dell’eredità culturale e politica di Carlo Petrini, la cui visione ha dato origine a un movimento internazionale che ha fatto del cibo buono, pulito e giusto per tutte e tutti una missione condivisa da milioni di persone nel mondo.
Era il 1986 quando un gruppo di gastronomi dell’entroterra cuneese, curiosi, impegnati e dediti al piacere, diede vita a Bra a quello che sarebbe diventato il più grande “movimento del cibo”, oggi presente in oltre 120 Paesi del mondo. Mentre la società raccontava il cibo attraverso l’industria e il mito della velocità e ne celebrava calorie e rendimenti, a partire dal Piemonte, qualcuno decise che il progresso poteva avere un sapore diverso.

Presentazione Terra Madre Salone del Gusto 2026. © Andrea Di Bella
Nasceva così, da un’intuizione di Carlo Petrini, Slow Food. Quarant’anni sono un’intera generazione. Abbastanza per vedere il pianeta scaldarsi, le foreste ridursi, i semi sparire dai campi e riapparire nei musei. Abbastanza per assistere alla globalizzazione dei gusti e alla resistenza silenziosa di chi ha creduto nella visione di un futuro diverso. Abbastanza per capire che non si trattava solo di cibo.
Biodiversity – Be Diversity è il claim dell’edizione 2026, che celebra il valore della biodiversità declinata in tutte le sue dimensioni: naturale, agricola, gastronomica, culturale e sociale. La biodiversità è il tema su cui Slow Food lavora dalla sua nascita, nel 1986, ideando progetti innovativi come l’Arca del Gusto, i Presìdi Slow Food e l’Alleanza Slow Food dei cuochi, tutti protagonisti di Terra Madre. Nel 2026 l’evento rafforza ulteriormente il proprio legame con la città, coinvolgendo il cuore del capoluogo piemontese, lungo la direttrice che collega piazza Carlo Felice a piazza Vittorio Veneto, passando per le vie e le piazze del centro storico. Una scelta che punta a integrare sempre più Terra Madre nel tessuto urbano, valorizzando gli spazi esistenti come luoghi di incontro, confronto e partecipazione.
Cuore della manifestazione è il grande Mercato dei Produttori, che riunisce centinaia di espositori provenienti da tutte le regioni d’Italia e da diversi Paesi del mondo, tra cui molti Presìdi e prodotti dell’Arca del Gusto e delle reti Slow Food. Centrali le conferenze che spaziano tra diversi temi d’attualità ー dall’alimentazione alla sostenibilità, dall’agricoltura alla giustizia sociale, fino alle politiche del cibo ー, affiancate dai Laboratori del Gusto e dagli eventi con le cuoche e i cuochi dell’Alleanza Slow Food.
La biodiversità e la rete globale di Slow Food Terra Madre è, ancora una volta, il punto d’incontro della rete globale di Slow Food, con oltre 1500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti provenienti da tutto il mondo. Negli stessi giorni, l’Assemblea dei Partecipanti della Fondazione Slow Food ETS, riunisce a Torino delegati da oltre 120 Paesi, offrendo uno spazio di confronto, partecipazione politica e costruzione condivisa del futuro della rete.

Carlo Petrini Terra Madre 2020. Foto d’Archivio. © Andrea Di Bella
BIODIVERSITÀ, di CARLO PETRINI
Quando usiamo il termine biodiversità senza ulteriori aggettivi ci riferiamo all’insieme del patrimonio genetico presente sul nostro pianeta, ovvero alla enorme varietà di organismi viventi sulla Terra. Un termine purtroppo salito agli onori della cronaca in modo sempre più trasversale, in quanto emblema di un modello di sviluppo e di produzione umana distruttivo verso l’ambiente che la ospita.
Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il Cibo e l’Agricoltura, dal 1900 a oggi abbiamo perso oltre il 70% della biodiversità agricola complessiva, ovvero più di due terzi di tutte le specie animali e vegetali storicamente usate dall’uomo per alimentarsi. A ritmi altrettanto sostenuti e allarmanti procede l’erosione della biodiversità delle specie non agricole e non allevate, promettendo un mondo in cui la povertà genetica sarà il tratto distintivo del nostro esistere. Non è un caso che per questo periodo storico si sia tornati a utilizzare un’espressione come “estinzione di massa”, solitamente rivolta a ere geologiche passate (per intenderci, l’ultima estinzione di massa risale a 65 milioni di anni fa ed è quella che interessò i dinosauri).
Questa volta però, fatto completamente inedito, responsabile unica della tragedia è l’attività umana. Lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali agisce infatti su due canali primari: da un lato erode gli ecosistemi, occupa spazi vitali storicamente fuori dalla portata dell’uomo antropizzandoli e rendendoli non più adatti alla sopravvivenza di alcune specie che vi prosperavano (e favorendo pericolosissimi salti di specie, come abbiamo drammaticamente vissuto nel caso del Coronavirus, originato proprio dall’improvvisa convivenza forzata tra specie selvatiche e domestiche); dall’altra, il modello produttivo industriale e post-industriale è responsabile dell’emissione di quantità enormi di gas serra che portano il clima a mutare (e il pianeta a riscaldarsi) modificando in maniera irreparabile l’habitat naturale di numerose specie che, dunque, finiscono per estinguersi.
Negli ultimi tre decenni, quindi, la parola biodiversità è diventata cruciale per promuovere un modo diverso di gestire il rapporto tra la specie umana e l’ambiente che la ospita. Perdere la biodiversità della Terra non è un’opzione praticabile e, se non si inverte la rotta, non ci aspetta altro che un disastro senza precedenti, in cui l’ultima vittima di quest’ultima estinzione di massa sarà proprio homo sapiens. La biodiversità rappresenta il più grande patrimonio naturale in grado di garantire la sopravvivenza dell’umanità. Su questo punto non c’è dubbio, e tutta la comunità scientifica concorda nell’individuare questa come la battaglia del secolo per assicurare un futuro alla nostra specie.
Il concetto di biodiversità culturale forza la mano dal fronte strettamente scientifico a quello sociale e indica tutta la straordinaria varietà di modi di vivere degli esseri umani sul pianeta. Dalle lingue parlate alle espressioni di spiritualità, dalle forme artistiche fino al modo di amministrare la giustizia, dall’organizzazione dei riti di passaggio fino alla gestione degli scambi di beni. Questa nuova categoria concettuale è importante perché ci aiuta ad analizzare quanto stiamo perdendo e stiamo sacrificando.
Il modello di sviluppo turbo-capitalista occidentale, infatti, non si è limitato allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali: al contrario, ha imposto un modello di civiltà e socialità monocromatico che ha progressivamente marginalizzato e penalizzato tutto ciò che non vi si conformava completamente. In questo modo quei gruppi e quei popoli, in primis gli indigeni, che praticano un concetto differente di comunità e di socialità, oltre che di economia, hanno visto progressivamente contrarsi, spesso violentemente, i propri spazi vitali e culturali. Così si sono perse lingue parlate da millenni, usi e costumi, modelli di scambio basati sulla reciprocità e sul dono, approcci alla natura equilibrati e durevoli.
Si è arrivati a quella cultura dello scarto spesso citata da Papa Francesco come una delle eredità più pericolose del momento storico attuale. Le diseguaglianze sociali sono in costante crescita in tutto il mondo e grida vendetta il divario tra i pochi ricchi privilegiati che godono di benessere economico, libertà di movimento, accesso alla cultura, alla salute e alla conoscenza e la grande massa di diseredati impoveriti e costretti a pagare il prezzo più alto, oltre che dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche degli sconquassi ambientali. Sulla base di queste premesse poggia il concetto di “ecologia integrale”, ampiamente sviscerato nell’Enciclica ‘Laudato Si’ e che possiamo riassumere nella formula “non c’è attivismo ambientalista senza attivismo sociale”.
Nella sostanza, non è possibile affrontare con decisione le enormi questioni della salvaguardia ambientale se non le connettiamo strettamente alla questione della diseguaglianza sociale ed economica. Per farlo, però, bisogna tornare a monte, ovvero alla biodiversità culturale. Intesa non solo nella sua accezione semantica, quanto piuttosto come elemento politico centrale, come progetto di nuovo umanesimo, nuovo paradigma da inseguire e da sposare. […] C’è poi un elemento in più che dovrà tornare a essere patrimonio di tutti […]: la spiritualità. Per troppo tempo in Occidente, dalla tradizione illuminista in poi, abbiamo nutrito l’illusione che l’uomo potesse prescindere dalla spiritualità perché guidato dalla scienza, dal progresso tecnologico, dalla mera ragione.
Si è trattato di un errore madornale, perché abbiamo confuso la spiritualità con la religione, abbiamo pensato che tutto ciò che non riguarda il mondo materiale fosse il retaggio di un passato oscurantista e ci siamo preclusi un elemento cardine della definizione di ciò che è umano, ovvero lo slancio verso qualcosa di altro da noi, la ricerca di un disegno universale, di una connessione tra tutti gli esseri umani e tra gli umani e il loro ambiente. La spiritualità è invece un elemento profondamente umano, ne costituisce l’essenza tanto quanto la sessualità, la volontà, il desiderio, lo slancio vitale, la ragione. Da questo punto di vista sono profondamente convinto che la strada per ricostruire un nuovo umanesimo e un nuovo modo di abitare questo pianeta da fratelli non possa prescindere da un’ardente coltivazione della spiritualità. […]
La biodiversità culturale ci insegna a leggere le vicende del mondo con un approccio aperto e umile, a cogliere l’immensità di ciò che modi di vivere diversi dal nostro possono insegnarci e di come la diversità sia la forza per disegnare il nostro futuro. Accanto a questi due punti fermi, spiritualità e intelligenza affettiva potranno costituire le altre due gambe in grado di sostenere il tavolo di un futuro promettente e giusto per tutti. Penso agli innumerevoli esempi luminosi che ci circondano e ci mostrano che si può fare. Penso a quelle donne e a quegli uomini che hanno praticato simili valori e ne hanno fatto una bandiera. […]
Penso a Olivia Arévalo Lomas, leader indigena peruviana che si è battuta fino alla morte per proteggere il proprio habitat, guidata dalla sicurezza che la fratellanza umana non potrà essere piegata dagli interessi economici di una multinazionale. Penso a tutti coloro che ogni giorno si impegnano per garantire assistenza all’umanità dolente che è costretta a scappare dalla propria terra e a cercare un futuro per sé e per le proprie famiglie. La biodiversità culturale va preservata e va adottata come paradigma politico per il futuro di tutti, perché è da quella base che si può costruire un mondo degno e, finalmente, giusto. Albert Einstein, colui che per molti è l’emblema stesso del pensiero scientifico e dell’uomo di scienza, ha scritto: «L’uomo che non ha gli occhi aperti al mistero, passerà attraverso la vita senza vedere assolutamente nulla». Il più grande mistero del nostro mondo è la pluralità e la profondità dell’essere umano.
Tratto da Terrafutura – dialoghi con Papa Francesco dell’ecologia integrale. Slow Food Editore – Giunti 2020
Su https://2026.terramadresalonedelgusto.com/ i primi eventi su prenotazione.