La biodiversità non è un’idea astratta: ha i tratti di una giovane attivista boliviana, le mani di un produttore siciliano, la voce di una cuoca ucraina, la tenacia di un’allevatrice keniota. È custodita nei semi preservati, negli animali allevati al pascolo, nelle ricette di famiglia, nei frutti di una sola valle e nei saperi tramandati dalle comunità indigene. È una ricchezza concreta, fragile e insostituibile, che riguarda il cibo che portiamo in tavola ogni giorno.
La sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, in programma dal 24 al 27 settembre 2026 nel centro di Torino, sceglie di raccontare questa ricchezza a partire dalle persone. Otto protagonisti da quattro continenti – produttori, allevatrici, cuoche, giovani attivisti e rappresentanti dei popoli indigeni – diventano i volti di un messaggio netto: difendere le differenze significa custodire il futuro dell’alimentazione. Il claim dell’edizione è una chiamata all’azione oltre che un gioco di parole: “Biodiversity – Be Diversity”.

Non basta contemplare la varietà del vivente; occorre riconoscerla, proteggerla e farne il criterio che orienta scelte agricole, economiche e quotidiane. Essere diversità significa dare valore a colture differenti, razze locali, tecniche di produzione rispettose degli ecosistemi e culture gastronomiche minacciate dall’omologazione.
Un sistema alimentare che produce molto ma impoverisce i suoli, riduce le specie, indebolisce le comunità rurali e allontana i consumatori dall’origine del cibo non è davvero sostenibile. La varietà non frena l’efficienza: la rende più sicura, resiliente e libera.
L’appuntamento è promosso da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e di Ismea. La campagna, firmata dall’agenzia creativa Undesign, affianca ai ritratti dei protagonisti le immagini dei prodotti dei Presìdi Slow Food e dell’Arca del Gusto: il prodotto non è mai separato da chi lo coltiva, lo alleva, lo trasforma o lo cucina.

Dietro ogni sapore c’è una storia umana; quando un alimento scompare, rischia di sparire anche un pezzo di cultura.
Dalla Bolivia arriva Lizet Bautista Patzi, giovane voce dello Slow Food Indigenous Peoples’ Network e dello Slow Food Youth Network. La sua presenza testimonia il ruolo crescente delle nuove generazioni nella costruzione di sistemi alimentari più equi. I giovani della rete Slow Food lavorano su fronti che toccano milioni di persone: sprechi, crisi climatica, politiche pubbliche sul cibo, giustizia sociale. Lo fanno con attività educative, campagne, festival e scambi internazionali, con un obiettivo chiaro: non solo cambiare ciò che mangiamo, ma il modo in cui consideriamo il cibo. Ogni prodotto ha un costo ambientale, sociale e umano; conoscerlo permette scelte più consapevoli e il giusto riconoscimento al lavoro agricolo, spesso invisibile o sottopagato. Per Lizet, tradizione e innovazione non sono in contraddizione: i saperi comunitari sono risorse per affrontare le crisi del presente.
Il messicano Ismael Bello Cervantes mette al centro il contributo decisivo dei popoli indigeni alla tutela della varietà biologica. In molte regioni del pianeta, queste comunità conservano da generazioni semi, tecniche colturali, sistemi di raccolta e conoscenze profonde degli ecosistemi; un patrimonio minacciato da perdita dei territori, erosione culturale e marginalizzazione economica. La Rete dei Popoli Indigeni di Slow Food sostiene diritti, progetti e testimonianze dirette: oltre 700 prodotti indigeni sono stati inseriti nell’Arca del Gusto e più di 50 Presìdi Slow Food sono gestiti da comunità native. Non sono rarità per pochi: offrono risposte concrete alla perdita di diversità e agli effetti del cambiamento climatico.
Dal Brasile giunge Charleilson De Jesus Santos, conosciuto come Kanauã Curuaia, ponte tra saperi ancestrali e protagonismo giovanile. Per molte comunità indigene il cibo non è merce, ma relazione con il territorio, identità, spiritualità e appartenenza. La sua storia interroga anche la vita urbana: che cosa perdiamo quando un alimento viene separato dal luogo, dalla stagione e dalle persone che lo producono? Difendere la natura significa anche salvaguardare chi la conosce e la abita.
Tra i volti italiani figura Dario Ficara, custode del Presidio Slow Food dell’oliva Zaituna in Sicilia. L’antichissima varietà richiama nel nome l’arabo zaytūna e, secondo molti, è fra le prime coltivate sull’isola. Cresce solo sulle colline affacciate sul golfo di Siracusa, in un paesaggio di ulivi secolari e frantoi rupestri. Dopo l’abbandono degli uliveti e il grande incendio del 1998, la Zaituna ha rischiato di scomparire. La rinascita è merito di una nuova generazione di produttori che ha recuperato le piante, valorizzato l’olio e ridato futuro a questo patrimonio, riconosciuto anche nella DOP Monti Iblei. Salvare un’oliva, qui, ha significato salvaguardare un paesaggio, un’economia locale e un frammento di storia mediterranea.
In Kenya, Margaret Tunda Lepore lavora per la tutela della pecora rossa Masai. Per le comunità pastorali non è solo fonte di reddito e cibo: è parte della vita sociale e culturale, oltre a rappresentare una risorsa genetica adattata all’ambiente. Oggi quel sistema è sotto pressione per riduzione dei pascoli, competizione per le terre e siccità legate al clima. La perdita della razza indebolirebbe l’intera comunità e ridurrebbe la capacità di adattamento del territorio. Il Presidio, nato con Slow Food e IFAD, sostiene gli allevatori con formazione, assistenza tecnica, scambi e nuove opportunità di mercato, con un’attenzione speciale a donne e giovani: proteggere una razza locale significa mantenere un modello di allevamento fondato sull’adattamento, non sulla forzatura degli ecosistemi.
In Ucraina, la cuoca Larysa Tytykalo, dell’Alleanza Slow Food, difende l’eredità gastronomica della Bessarabia meridionale. Una cucina può scegliere ingredienti standardizzati, disponibili sempre e ovunque, oppure costruire i piatti insieme ai piccoli produttori, valorizzare varietà locali e raccontare l’origine di ciò che si porta in tavola. L’Alleanza Slow Food dei Cuochi, rete internazionale di ristoratori, agricoltori, allevatori, pescatori, artigiani e trasformatori, percorre questa seconda strada: usa e promuove i prodotti dei Presìdi e dell’Arca del Gusto, dà loro visibilità e contribuisce a creare mercato. Anche un menu può diventare strumento culturale e, talvolta, politico, capace di sostenere un produttore, mantenere coltivata una terra e impedire che una ricetta cada nell’oblio – tanto più in territori segnati da conflitti, crisi o spopolamento.
In Indonesia, nell’area di Krayan, Ellias Yesaya rappresenta una comunità che custodisce un’agricoltura basata sulla diversificazione e sull’equilibrio con l’ambiente: riso accanto a numerose varietà locali di ortaggi, frutti, cereali e piante spontanee, con l’allevamento di piccoli animali. Non una monocultura votata a un unico raccolto, ma un mosaico produttivo in cui ogni elemento sostiene l’insieme. Le pratiche adottate non prevedono pesticidi, erbicidi o fertilizzanti sintetici: si fondano su conoscenze ambientali tramandate e su una gestione delle risorse rispettosa dei cicli naturali. In un’epoca di eventi estremi e suoli impoveriti, la lezione è chiara: la diversificazione aumenta la resilienza.
Il secondo volto italiano è quello di Giulia Zappa, allevatrice ligure impegnata nella rinascita della razza bovina Cabannina. All’inizio del Novecento se ne contavano circa 40 mila capi; nel corso del secolo il numero è crollato a poco più di un centinaio. Oggi, popolazione a rischio, la Cabannina viene recuperata grazie ad allevatori che hanno scelto di non abbandonarla. Il disciplinare del Presidio Slow Food prevede pascolo e foraggi locali: una razza intimamente legata alla Liguria, che mantiene aperti i pascoli, contrasta l’abbandono e sostiene piccole aziende in aree difficili. Quando scompare un allevamento di montagna non si perde solo un’attività economica: si indebolisce la cura quotidiana del territorio. La Cabannina dimostra che salvare una razza locale genera benefici ambientali, culturali e sociali, offrendo nuove prospettive alle comunità rurali.
Queste storie riguardano anche chi fa la spesa al supermercato. La riduzione della varietà biologica rende l’intero sistema più vulnerabile: se si coltivano poche varietà o si allevano pochissime razze, una malattia, un parassita o un evento climatico estremo possono avere effetti devastanti. La diversità, invece, offre alternative: consente di selezionare piante più resistenti, protegge i suoli, mantiene vive economie locali e riduce la dipendenza da modelli produttivi uniformi. Non occorre essere esperti per contribuire al cambiamento: scegliere prodotti di stagione, informarsi sull’origine degli alimenti, ridurre gli sprechi e sostenere, quando possibile, piccoli produttori e filiere trasparenti sono gesti alla portata di molti. Singolarmente sembrano minimi; moltiplicati per milioni di persone orientano il mercato e indicano quale agricoltura può avere futuro.

Carlo Petrini
Dal 24 al 27 settembre, Torino diventerà la capitale mondiale delle differenze: comunità da 120 Paesi, un grande Mercato di produttori, incontri, laboratori e momenti di confronto. Il filo conduttore sarà la biodiversità nelle sue dimensioni naturale, agricola, gastronomica e culturale. Al centro, i progetti con cui Slow Food da anni protegge il patrimonio alimentare: l’Arca del Gusto, i Presìdi e l’Alleanza dei Cuochi.
L’edizione 2026 coinciderà con i 40 anni di Slow Food Italia e offrirà l’occasione per rileggere l’eredità culturale e politica di Carlo Petrini, fondata sull’idea di un cibo “buono, pulito e giusto”: buono per la qualità e il piacere che offre, pulito perché prodotto nel rispetto dell’ambiente, giusto perché riconosce dignità e un equo compenso a chi lavora. Non uno slogan per prodotti di nicchia, ma una bussola per ripensare l’intero sistema.
La manifestazione si regge su una rete ampia di istituzioni, fondazioni e imprese. Tra i Main Partner: Acqua S. Bernardo, BBBell, Camera di commercio di Torino, Iren, Pastificio Di Martino, QBA – Quality Beer Academy e Reale Mutua. Accanto a loro, partner tecnici, ambientali, territoriali, culturali, dell’ospitalità e della mobilità. Il sostegno arriva anche, tra gli altri, da Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, ICE, Unione Europea (programma LIFE), IFAD e diverse organizzazioni internazionali. Un tessuto di alleanze che rende possibile l’arrivo a Torino di comunità e protagonisti da contesti geografici, economici e culturali differenti.
Per quattro giorni Torino sarà una vetrina di prodotti, persone e idee. Ma la vera sfida comincerà quando il pubblico tornerà a casa. Ogni volta che scegliamo un ingrediente, chiediamo da dove proviene un prodotto o evitiamo di sprecare cibo, sosteniamo una precisa idea di agricoltura. Possiamo favorire un modello che uniforma sapori, paesaggi e colture, oppure riconoscere il valore di chi coltiva una varietà rara, alleva una razza a rischio, tramanda una ricetta e protegge un ecosistema. Gli otto volti di Terra Madre 2026 ricordano che la biodiversità non vive solo nei parchi o nei manuali di scienze: vive nei campi, nei mercati, nei ristoranti e nelle nostre cucine. E soprattutto vive nelle scelte di chi, spesso lontano dai riflettori, impedisce ogni giorno che un seme, un animale, un sapere o un sapore scompaiano per sempre.
di Liliana Carbone by Mondosanità