«Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso». Cantava così Francesco Guccini ne L’Avvelenata, racchiudendo in pochi versi quello che oggi suona come un epitaffio. Tra i vini che hanno accompagnato la sua vita ce n’è uno che ritorna più di ogni altro: il Lambrusco. Anzi, i Lambruschi, come li definisce nelle pagine del Dizionario delle cose perdute (Mondadori, 2012). Tra falsi miti, ricordi d’infanzia e gusti cambiati nel tempo, questo vino non ha mai smesso di accompagnare il cantautore modenese, scomparso ieri, 6 agosto, all’età di 86 anni.
Il vino che ha accompagnato tutta la vita di Francesco Guccini
Dalle canzoni alle dichiarazioni pubbliche, passando per i suoi libri, Francesco Guccini non ha mai nascosto il suo amore per il vino. Era il compagno naturale dei pasti in osteria – la sua preferita era la Trattoria Da Vito, a Bologna – ma anche un rimedio per sciogliere la tensione prima di salire sul palco. A raccontarlo è lui stesso in Non so che viso avesse, autobiografia pubblicata da Giunti nel 1998, dove ripercorre gli esordi e ricorda il suo primo concerto da solista all’Intra’s Derby Club di Milano, conosciuto come il Derby, una serata destinata a segnare la sua carriera.
La brocchetta di vino prima di salire sul palco
«La fatidica sera c’era altra gente che suonava ma, quando toccò a me, mi prese il panico – scrive il cantautore – naturalmente (fenomeno che poi si sarebbe ripetuto negli anni) mi sembrò, al momento, di essere completamente afono, mi si ruppe anche una corda della chitarra (o forse la ruppi io sperando, con quello stratagemma, di essere esentato)».
Fu allora che trovò un modo per superare l’ansia del debutto: «Mi trovarono la corda e andai sul palco, con l’aiuto di una brocchetta di vino (fenomeno che poi si ripeterà negli anni) e cantai quattro canzoni: Auschwitz, L’atomica cinese e, naturalmente, Dio è morto. La quarta non me la ricordo».
Per molti anni ha circolato la leggenda secondo cui Guccini fosse solito portare con sé una bottiglia di Lambrusco rosso durante i concerti. A smentirla è stato lo stesso cantautore nel 2021, quando spiegò che sul palco preferiva bere vino rosé, e sempre con moderazione, così da conservare la lucidità necessaria durante l’esibizione.
Perché Guccini preferiva il Lambrusco
È comunque indubbio che Guccini di Lambrusco ne abbia bevuto e che il suo gusto, come racconta lui stesso, sia cambiato nel corso degli anni. Il legame con questo vino nasce prima di tutto dall’appartenenza al territorio modenese. «Il Lambrusco si beve a Modena, non a Bologna. È quella la capitale del Lambrusco, anzi “dei” Lambruschi», scrive nel Dizionario delle cose perdute, il suo romanzo pubblicato nel 2012 da Mondadori. «Da giovane preferivo il Salamino, più frizzante, più aspro e secco – continua – ora invece mi oriento sul Castelvetro, più corposo».
Per il cantautore il Lambrusco è soprattutto sinonimo di ospitalità: «In tavola, quando qualcuno di Modena ti invita a cena, mette sempre del Lambrusco, quel vino che sta dentro al pistoun, così si chiama la bottiglia in dialetto». Un vino che conosce bene fin dalla giovinezza, quando con gli amici si ritrovava nelle campagne intorno a Modena per condividere un pistoun e una merenda improvvisata. «Ricordo l’odore del mosto, era un vino che non aveva l’etichetta – scrive – Arrivavamo, si affettava un salame e si faceva merenda immersi in nuvole di moscerini mentre si beveva il Lambrusco vecchio: il nuovo si stava ancora facendo».
Oltre al salame, Guccini ha più volte raccontato di amare il Lambrusco accanto ai piatti simbolo della cucina emiliana. Zampone e cotechino, sosteneva, con questo vino sono «obbligatori», un abbinamento che per lui rappresentava anche un modo per non perdere mai il legame con le proprie origini, tanto che amava sentirsi «contadino».
Nato a Modena nel 1940, ma cresciuto a Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, Guccini ha mantenuto per tutta la vita quel legame con la sua terra. Ed è proprio a Pàvana che si è spento ieri, all’età di 86 anni.
di Giorgia Olivieri by Gambero Rosso