L’Osteria Din Don Dan di Corbetta, in provincia di Milano, negli ultimi giorni è sotto i riflettori. Tutto nasce dal fatto che un cliente, dopo pranzo, si è defilato dal locale senza pagare il conto di circa 100 euro. Un episodio spiacevole in assoluto, ma particolarmente grave in questo caso perché il nuovo ristorante (ha aperto il 29 marzo), dà lavoro anche a ragazzi con disabilità. A denunciare l’accaduto è stato il sindaco Marco Ballarini, che ha postato un video sul suo profilo TikTok, mostrando l’immagine dell’uomo ripreso dalle telecamere interne e annunciando che i Carabinieri lo avevano già rintracciato. Naturalmente, i quotidiani hanno subito ripreso la notizia, sono già accorse le troupe della Rai e di Mediaset, ne parleranno anche Le Iene…
È in mezzo a questo trambusto che, con qualche fatica, sono riuscita a parlare con Claudio Beretta – socio dell’Osteria Din Don Dan – per poi raccontare questa nuova realtà gastronomica nella nostra sezione “Inclusività in cucina”. L’obiettivo, insomma, non era “ravanare nel torbido”, agitare la polemica, invocare la pubblica gogna. Questa premessa solo per dire che qui si parla dell’ottima proposta del locale, che in pochi giorni ha già ricevuto ottimi apprezzamenti. E anche che il fulcro della vicenda non è il cliente che ha scelto di agire il peggio di sé, ma la reazione delle molte altre persone che, con tutta evidenza, hanno un buon rapporto con la vita.
Come è nato il progetto
«Il nome del locale ha un doppio significato», spiega Beretta. «Din si riferisce alla diversità intellettiva, Don e Dan richiamano il campanile qui accanto. Tutto è partito dalla mia esperienza: sono uno dei fondatori del calcio paralimpico in Italia. Con la AC Ossona Special – affiliata alla ACF Fiorentina, squadra di Serie A – oggi alleniamo 54 giovani atleti, ognuno con un diverso tipo di disabilità: autismo, sindrome di Down, e molte altre condizioni che rientrano nello spettro della disabilità intellettiva e relazionale. Ma lo sport, da solo, non basta: molti di questi ragazzi infatti, finite le scuole – spesso in istituti alberghieri o professionali legati alla ristorazione – si ritrovano con poche prospettive concrete. Da qui è nata l’idea: creare un luogo di lavoro reale, inclusivo, dove potessero mettere in pratica le competenze acquisite».
Ed eccoci al ristorante, dove in cucina c’è il figlio di Claudio, William Beretta, giovane chef uscito dall’istituto Carlo Porta. «È lui il titolare, oltre che allenatore dei nostri ragazzi in campo». Il progetto è molto chiaro: «Non abbiamo mai fatto pubblicità: chi arriva da noi lo fa perché si mangia bene. E solo a quel punto scopre che ci sono camerieri speciali, ragazzi che servono ai tavoli o danno una mano in cucina, lavorando fianco a fianco con i professionisti. Al momento sono tre, regolarmente assunti, ma stiamo facendo nuovi colloqui per arrivare presto a quattro o cinque». Non esibire la disabilità, ma la qualità del lavoro svolto, è un bel modo di intendere l’inclusività che di certo “cozza” con l’improvvisa notorietà causata dall'”incidente”. «Ma a questo punto non possiamo farci nulla».
Cosa si mangia
Tornando all’essenziale: «La nostra è una cucina che racconta il territorio, ma senza mai smettere di cercare qualcosa di nuovo», continua Claudio Beretta. «Per esempio, siamo in una zona dove l’oca è comunemente utilizzata in cucina, quindi abbiamo scelto di valorizzarla con una linea di salumi particolari. Produciamo in casa gran parte di quello che serviamo: dal pane alla pizza, dalla giardiniera alle marmellate abbinate ai formaggi». Il menù cambia con le stagioni e le disponibilità dei produttori locali, ma i risotti restano sempre protagonisti. Tra i secondi, grande spazio alla carne, ma anche il pesce ha il suo posto d’onore: da provare il fritto misto, che si discosta dalla versione più classica per offrire qualcosa di davvero unico. «Non è il solito calamaro e gamberi: nel nostro fritto ci sono merluzzetto, alici, calamari tagliati da noi. È un piatto che racconta il mare con autenticità». Quanto al lavoro dei ragazzi: «Uno, con sindrome di Down, sta frequentando la scuola Carlo Porta: lo abbiamo indirizzato noi, dopo averlo conosciuto attraverso il calcio. Ora viene qui, affianca mio figlio nella preparazione dei dolci e sta imparando ogni giorno qualcosa di nuovo». Gli altri lavorano in sala. «Stiamo costruendo insieme un percorso di autonomia. C’è chi non aveva mai preso un pullman prima, e oggi lo fa per venire a lavorare. Li tracciamo col cellulare per sicurezza, ma ci teniamo che siano indipendenti». I progressi sono tangibili, giorno dopo giorno. «C’è chi ha imparato a passare la scopa, chi ha preso sempre più iniziativa: segni piccoli ma fondamentali di crescita. L’autostima è alle stelle. Tornano a casa stanchi, ma felici e appagati. I genitori e gli psicologici confermano quanto questa esperienza sia per loro estremamente positiva».
Il lieto fine
Di fronte a tanta delicatezza, cosa vi resta dello squarcio di bruttura raccontato dalla cronaca? «Un sorriso sincero, perché abbiamo scelto di prenderla così, con leggerezza, anche per i ragazzi. Non volevamo che sentissero il peso della truffa, e anche io — che sono stato il primo a essere raggirato — non ho mai voluto farne un dramma. L’ho detto a tutti: non sono i 100 euro il punto. Quello che chiediamo è solo che questa persona venga qui, si scusi con tutti, soprattutto con i ragazzi, e per noi finisce lì». Nel mentre, il telefono non ha mai smesso di suonare. E non si è trattato solo di giornalisti: «Ci hanno chiamati da tutta Italia, per offrirsi di rimborsarci quei soldi. E noi abbiamo risposto: “donateli a qualcuno vicino a voi che ne ha davvero bisogno”. Questo è il messaggio che vogliamo lasciare. Ieri è perfino venuto qui qualcuno “in missione” per conto del calciatore Lautaro Martínez: ha lasciato una maglietta autografata e voleva saldare il conto lasciato da quell’uomo. Quando ho rifiutato, mi ha detto: «Allora paghiamo per due persone che hanno bisogno di mangiare qui a Corbetta». Un pasto sospeso, insomma. Perché a ben guardare, la vita è migliore di quello che sembra e che, spesso, viene raccontata. «Per altro, qui da noi funziona così: se entra qualcuno per chiederci un piatto di pasta e capiamo che ne ha davvero bisogno, glielo diamo. Senza pensarci due volte».
di Olga Noel Winderling by La Cucina Italiana