C’è una mostra che, tra le proposte di questa stagione bolognese, si impone con eleganza, coerenza e alto profilo curatoriale. Non è un evento accessorio né una semplice celebrazione nostalgica. È un progetto solido, pensato, costruito con visione.
Nelle sale di Palazzo Vassè Pietramellara, alla Galleria Cavour (nel tratto guidato da Gioia Martini), la mostra dedicata a Marco Glaviano — inaugurata il 4 febbraio in occasione di Arte Fiera — resta visitabile fino al 4 aprile.
Ma questa esposizione non è semplicemente “inserita” nel calendario di Arte Fiera. È un progetto nato da una visione precisa.
Un progetto che nasce da una visione
Il cuore ideativo dell’esposizione porta la firma di Gaetano La Mantia, anima di Contemporary Concept.
È da qui che prende forma l’intero impianto culturale della mostra: non una retrospettiva celebrativa, ma una riflessione strutturata sulla costruzione dell’immaginario visivo contemporaneo.
La collaborazione con Deodato Arte rafforza ulteriormente il profilo del progetto, inserendolo in una rete internazionale capace di coniugare mercato, ricerca e alta qualità espositiva.
Si percepisce chiaramente che nulla è lasciato al caso: dalla selezione delle opere alla costruzione dello spazio, dall’apparato curatoriale al dialogo tra fotografia, architettura e intervento vegetale.
Qui la fotografia non è appesa: è messa in scena con consapevolezza critica.
La bellezza non come ornamento, ma come disciplina
Cosa significa oggi parlare di bellezza nella fotografia di moda?
In un tempo dominato da filtri e algoritmi, la ricerca di Glaviano appare controcorrente. Non c’è compiacimento. Non c’è superficialità estetica. C’è costruzione, rigore, presenza.
Come scrive Alessia Glaviano, curatrice della mostra e Head of Global PhotoVogue: “La bellezza non è un valore accessorio. È una disciplina.”
Questa idea attraversa quasi 100 opere: la luce scolpisce il corpo con precisione architettonica; il bianco e nero elimina il superfluo; il colore, quando presente, struttura lo spazio senza invaderlo. La bellezza qui non consola. Interroga.
Supermodels e identità: cosa resta oggi di quell’epoca?
Le immagini di Cindy Crawford, Paulina Porizkova, Claudia Schiffer, Eva Herzigová raccontano la nascita del fenomeno delle Supermodels: donne che diventano icone culturali globali. Ma oggi?
Il corpo è ancora presenza o è diventato superficie digitale? La moda costruisce ancora identità o produce consumo veloce di volti intercambiabili?
Glaviano lavorava sulla fiducia, sulla continuità del rapporto con le modelle, su una collaborazione autentica. Le sue donne non sono oggetti: sono soggetti consapevoli, parte attiva dello scatto.
E qui la mostra diventa lettura del presente: nel confronto tra quell’epoca e la nostra, emerge quanto sia cambiato il sistema moda — e quanto si sia rarefatta la profondità dello sguardo.
Il dialogo con Helmut Newton
Nel percorso emerge anche il dialogo con Helmut Newton, conosciuto nella Milano del 1968. A venticinque anni dalla storica esposizione bolognese del 2000, la mostra rievoca quel momento anche attraverso il monumentale volume SUMO, edito da Taschen. Non è un omaggio nostalgico. È il riconoscimento di un dialogo tra due visioni radicali: il corpo come forza, mai come decorazione.
Le Polaroid: la verità prima dell’icona
Uno dei nuclei più intensi è composto da 54 Polaroid. Non sono materiali preparatori. Sono luoghi di verità. Qui la bellezza non è ancora fissata. È in divenire. È rischio. È fiducia. La Polaroid sottrae l’immagine alla manipolazione infinita. Restituisce l’istante fragile dell’incontro. E forse, proprio in queste immagini, si coglie il nucleo più autentico della poetica di Glaviano: uno sguardo che non cattura, ma ascolta.
Esperienza, formazione, spazio
La mostra integra una Sala Cinema, una Camera Oscura funzionante e la possibilità di assistere alla stampa analogica. Il progetto, sostenuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e realizzato con l’Accademia di Belle Arti di Bologna,in collaborazione con il Liceo scientifico A. Righi e il Liceo artistico Arcangeli, restituisce alla fotografia la sua dimensione educativa. L’intervento di O2 Farm introduce inoltre una riflessione sul verde come dispositivo culturale e non come semplice ornamento, in dialogo coerente con l’impianto curatoriale pensato da La Mantia.
Un’inaugurazione che ha confermato il livello del progetto
All’inaugurazione era presente Marco Glaviano, accompagnato da alcune modelle di Vogue, una delle quali appariva in una sua celebre fotografia.
Si è mostrato disponibile, collaborativo, generoso nel rispondere alle curiosità degli ospiti. Un artista internazionale capace di mantenere misura e gentilezza.
Io ho avuto la lungimiranza di acquistare il catalogo e farmelo autografare. Non per collezionismo, ma per memoria. Perché alcune mostre non si attraversano soltanto: si custodiscono.
Leggere il presente attraverso Glaviano
La mia rubrica invita sempre a leggere il presente attraverso l’arte. E allora la domanda finale è inevitabile: Siamo ancora capaci di riconoscere la bellezza come disciplina? Sappiamo distinguere tra esposizione e presenza? Tra immagine che seduce e immagine che costruisce pensiero?
La mostra di Marco Glaviano — nata dalla visione di Gaetano La Mantia, sostenuta da Contemporary Concept e Deodato Arte, e realizzata con alto profilo curatoriale ed espositivo — è oggi, senza esitazione, la proposta più compiuta e qualitativamente alta nel panorama attuale.
Fino al 2 aprile, a Bologna, la fotografia non si consuma. Si contempla. Si analizza. Ci obbliga a rallentare. E forse, in questo rallentamento, ritroviamo il senso stesso dello sguardo
![]()