C’era una volta un vitigno senza nome. E c’era una volta una famiglia di imprenditori vitivinicoli che glielo restituì. Potrebbe cominciare così la favola dell’Orisi, un vitigno siciliano che sembrava scomparso e travolto dall’oblìo. Perfino il suo nome sembrava sparito sotto la polvere dei documenti del passato. Solo la scorsa estate, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo disciplinare Terre Siciliane Igt, l’Orisi torna tra le varietà ammesse.
Un vitigno scomparso
Eccolo il caso: un vitigno misterioso che riappare dopo anni ma che, nel frattempo, ha perso perfino il suo nome, cancellato dalle burocrazie degli albi e delle denominazioni dopo esser caduto in disuso.
Orisi, chi era costui?
Si potrebbe dire così, parafrasando la domanda formulata da Don Abbondio, nell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi, a proposito di Carneade. Ebbene, dell’Orisi, intanto, conosciamo i genitori: Sangiovese e Montonico Bianco. Dalla loro libera impollinazione origina questa uva arcana, presente in pochi esemplari, nei vigneti più antichi dell’area dei Nebrodi. Una vicenda enigmatica: l’orisi fa parte dei vitigni reliquia siciliani, espressione della straordinaria biodiversità di un’isola non a caso definita ‘continente del vino’, proprio in ragione dell’estrema varietà, dell’ampia quantità e dell’alta qualità delle uve.
L’orisi non è da solo, ma fa parte di una nutrita compagnia: Inzolia nera, Lucignola, Usirioto e Recunu sono alcuni tra gli altri ‘colleghi’ dai nomi sconosciuti e quasi impronunciabili. Tra questi aggiungiamo anche il Vitrarolo, a sua volta recuperato grazie al progetto delle Cantine Fina di Marsala, e di recente premiato tra i vini rari dalla Guida Vini 2026 del Gambero Rosso: colore rubino intenso e profumi di amarena, prugna, pepe bianco, gelso e melograno, con un gusto fruttato, succoso, fresco, con tannini morbidi e finale persistente di ciliegia e viola.
Il progetto sperimentale della Regione Sicilia
Tutti questi vitigni reliquia sono stati via via recuperati grazie all’ambizioso progetto sperimentale della Regione Sicilia, gestito dal vivaio regionale intitolato a Federico Paulsen a Marsala, dove è raccolto tutto il germoplasma viticolo siciliano. Il progetto per il recupero, che oggi comincia a dare risultati molto interessanti, parte più di venti anni fa, nel 2003.
Come spiega Attilio Scienza, luminare degli studi di viticoltura ed enologia, «lo studio dei vitigni reliquia, che sono molti di più dei sei registrati, consente di ricostruire il pedigree della viticoltura siciliana”. Un patrimonio importantissimo che sarà molto utile per fare fronte al cambiamento climatico in atto. Questi vitigni, infatti, hanno attraversato nel passato periodi molto caldi e sono quindi una riserva genetica formidabile da valorizzare anche con le nuove tecniche di miglioramento genetico. Ora il lavoro deve proseguire con lo studio del loro comportamento nei diversi areali di coltivazione in Sicilia e con la selezione clonale».
L’Orisi rinasce grazie alla famiglia Girelli

Stefano e Marina Girelli
Ma tutto questo non potrebbe avvenire senza l’impegno e la dedizione degli imprenditori. Come rivela la ricerca scientifica, l’orisi ha dei genitori “biologici”. Ma la sua “seconda nascita” sarebbe stata impossibile senza la collaborazione e la passione di Stefano e Marina Girelli, fratello e sorella trentini con una storia nel vino (Casa Girelli in Trentino e Villa Cafaggio nel Chianti Classico, entrambe poi vendute) che hanno scelto la Sicilia dal 2001 per realizzare vini biologici e vegani. Il luogo elettivo di questa impresa è l’area del Cerasuolo di Vittoria, proprio nel territorio della città che dà il nome alla docg, in provincia di Ragusa.
Le aziende sono due, Santa Tresa e Cortese, diverse per genotipi e terroir, situate a soli 8 chilometri l’una dall’altra: qui si producono frappato e nero d’Avola (anche in blend nel Cerasuolo di Vittoria, come prevede il disciplinare), carricante, catarratto e nerello mascalese. L’acquisto di Santa Tresa risale al 2000 (del 2003 il passaggio all’agricoltura biologica). Ormai più di vent’anni di storia che si manifestano nella personalità e nella solidità dei vini. L’acquisto dell’azienda Cortese, dotata di una cantina nuovissima ma mai utilizzata, risale invece al 2016. Cortese è un work in progress e propone vini più rustici e selvaggi. Due aziende dalla personalità diversa (più “chic” Santa Tresa, più “rock” Cortese), ma accomunate dall’amore per il biologico e da due campioni della viticoltura vittoriese: il Nero d’Avola e il Frappato.
La storia di “O”
Da questa passione per la Sicilia nasce l’ultimo progetto: riportare in vita sotto le insegne di Santa Tresa l’orisi, dopo averlo allevato con la massima cura, racconta Stefano Girelli, «in un piccolo fazzoletto della nostra tenuta esposto a Nord, dove abbiamo piantato 1523 ceppi allevati a spalliera in un terreno franco sabbioso, ricco di minerali e poggiato su uno strato di calcareniti compatte».
L’etichetta scelta per presentare questo nuovo vino è stata fino ad oggi contrassegnata soltanto da una “O” che ha racchiuso a lungo il mistero di un nome occultato. Come K., l’agrimensore de “Il Castello” di Franz Kafka, personaggio senza identità perso nel sistema oppressivo e incomprensibile di una burocrazia irrazionale. Per registrare nuovamente il nome tradizionale del vitigno, l’orisi ha dovuto attendere silenziosamente i tempi dell’apparato amministrativo.
O come “O”, la donna di “Histoire d’O” di Pauline Réage, soggetto/oggetto del desiderio ma dall’identità anonima. In questi anni, “O” ha donato piacere agli appassionati di vino, ma restando in incognito. Il vino Terre siciliane Rosso Igp figlio di questa varietà, infatti, è stato finora disponibile, a partire dall’annata 2020, in edizioni limitate (poco più di 2mila bottiglie): un vino dal colore intenso violaceo con profumi di ciliegia, grafite, spezie dolci e sentori di radice e di erbe aromatiche. Al palato la trama dei tannini è delicata, con una sensazione lievemente eterea e rustica, grande freschezza e finale amaricante.
Un bacino di biodiversità
Nel vigneto sperimentale di Santa Tresa sono allevate 2.830 piante, sono presenti 18 vitigni e circa 31 fenotipi diversi. Un bacino di biodiversità della vitivinicoltura siciliana, protagonista del progetto Bi.Vi.Si. in collaborazione con il Consorzio Sicilia Doc, dedicato allo studio dell’interazione del sistema ecologico “clima/pianta/terreno” dei diversi cloni dei principali vitigni siciliani, oltre che dei vitigni reliquia come l’Orisi, e la loro resilienza per una viticoltura sostenibile. In questi anni, dalle 16 piante presenti nel campo sperimentale della tenuta, si è riusciti a ottenere 1.523 ceppi di Orisi.
La definitiva liberazione burocratica dell’Orisi, «oltre al dato tecnico, che consente l’utilizzo in etichetta del nome varietale, per noi di Santa Tresa significa anche il riconoscimento dell’impegno che nasce dal nostro campo sperimentale, dalla tecnica agronomica, passa dalle micro-vinificazioni e giunge, grazie alla cultura enologica, al riconoscimento normativo», conclude Stefano Girelli.
Con la modifica del disciplinare, frutto di un’amministrazione che sa essere amica, l’Orisi esce finalmente dall’oscurità e può riappropriarsi della sua identità anche in etichetta, coronando un percorso che unisce ricerca, storia e futuro dell’enologia siciliana. L’Histoire d’O riparte da qui.
di Vittorio Ferla by Gambero Rosso