Nella pianura fertile che si estende tra il mare di Piana del Sele e i gloriosi templi di Paestum, il ristorante Cinque Foglie situato in provincia di Salerno racconta una storia che affonda le radici nella terra prima ancora che nella cucina. È qui che la famiglia Adinolfi ha costruito nel tempo un progetto gastronomico ambizioso, capace di coniugare memoria agricola, ricerca culinaria e ospitalità contemporanea. Un percorso che ha portato il ristorante a diventare il primo e unico indirizzo fine dining della città di Battipaglia a ottenere una segnalazione nella Guida Michelin, riconoscimento che lo ha inserito ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.
Durante la cena stampa coordinata dal giornalista e sommelier Luca Matarazzo, il ristorante ha presentato il nuovo progetto narrativo dedicato alla “Memoria della Piana del Sele”, un percorso che inizia già all’ingresso della struttura.
Qui una galleria permanente di fotografie racconta il lavoro agricolo e la storia della pianura salernitana: immagini di raccolti, mani segnate dalla fatica dei campi, paesaggi attraversati dal fiume Sele.
Non è solo un allestimento estetico, ma un vero prologo culturale che prepara l’ospite a comprendere il senso della cucina dello chef Roberto Allocca.
La cantina
Il racconto prosegue nella nuova cantina degustazione, spazio scenografico che custodisce oltre mille etichette tra grandi vini italiani e internazionali, dove la cultura del vino dialoga con la cucina in modo naturale. Non a caso il ristorante ha costruito la propria identità gastronomica proprio intorno alla materia prima, molti ingredienti arrivano direttamente dalle coltivazioni della famiglia Adinolfi, trasformando la filiera corta in una filiera quasi domestica.
In questo contesto prende forma la cucina di Roberto Allocca, chef avellinese con un percorso importante alle spalle, cresciuto accanto a maestri come Alfonso Iaccarino e Enrico Derflingher. La sua è una cucina elegante e riflessiva, che costruisce piatti come piccoli racconti sospesi tra memoria mediterranea e tecnica all’avanguardia.
La degustazione ha preso avvio con “Ritorno nella macchia”, una composizione raffinata in cui l’anguilla viene lavorata in una delicata millefoglie accompagnata da una mousseline alle erbe mediterranee. Il piatto si completa con un pesto di rucola biologica, omaggio diretto alle coltivazioni della famiglia, e pistacchi di Bronte, mentre una marmellata di sfusato amalfitano introduce una nota agrumata luminosa che alleggerisce la grassezza del pesce. È un piatto di grande equilibrio, dove il mare incontra la vegetazione spontanea del luogo.
Segue “Prosciutto e melone…!”, una rilettura ironica di uno dei grandi classici della tradizione estiva italiana. Allocca sostituisce il prosciutto con una versione di anatra, accostandolo a un melone invernale dalla dolcezza più tenue e a un caviale di aceto alle bacche di sambuco che aggiunge una vibrante nota acida. Il risultato è un gioco elegante di contrasti che trasforma un ricordo familiare in una creazione gastronomica sofisticata.
Con “L’Oriente nel bufalo” il racconto si sposta verso territori più audaci. Il filetto di bufalo, animale simbolo di questa parte della Campania, viene marinato con suggestioni orientali e servito accanto a rapa rossa fermentata e crema di aglio dolce dell’Ufita. Il piatto gioca su profondità e speziatura, dimostrando come la cucina dello chef sappia dialogare con influenze lontane senza perdere il legame con il territorio.
La saletta gourmet
La parte centrale della degustazione nella saletta gourmet, celebra invece l’universo arboreo con “Umami vegetale”, spaghetti di zucca arricchiti da un dressing fermentato, funghi pioppini, cardoncelli, mandorle in spuma.
Una composizione di grande equilibrio, in cui la dolcezza naturale della zucca viene amplificata da una complessità aromatica quasi carnosa. Qui l’ortaggio incontra le fermentazioni e la croccantezza della frutta secca, in un piatto che dimostra come la cucina vegetale possa raggiungere livelli di intensità sorprendente.
Tra le portate più evocative spicca “Ricordo di casa”, un apparente spaghetto aglio, olio e peperoncino che nasconde una costruzione molto più articolata. Il piatto si arricchisce di cavolo riccio biologico e di una sorprendente zuppa forte di lumache di terra e mare, creando un ponte ideale tra cucina popolare e fine dining. Un piatto simbolo della cucina italiana più semplice che si trasforma in racconto gastronomico stratificato, capace di unire rusticità e tecnica con grande personalità.
A chiudere il percorso, una fresca Coccole finali con granita alla rucola, gesto simbolico e quasi affettivo che riporta il palato al prodotto iconico delle coltivazioni della famiglia Adinolfi, chiudendo il cerchio tra terra e tavola con i suoi gnocchetti di mela e l’acidità del sorbetto di sfusato amalfitano.
Il finale della degustazione si è trasformato in un piccolo rituale di pasticceria, presentato con una mise en place scenografica e quasi giocosa. Su un elegante supporto dorato a forma di alberello, una selezione di piccola pasticceria: delicati cremini, macaron dai colori vivaci e mini babà soffici e profumati, piccoli bocconi pensati per accompagnare con leggerezza l’ultima fase della cena.
Accanto, una tazza di gelée di frutta dalla consistenza morbida e fragrante, cioccolatini al caffè, intensi e vellutati, una suggestiva scatola in latta da tè inglese con al suo interno fragranti zeppoline dolci, servite calde e leggermente zuccherate.
Un epilogo goloso e curato nei dettagli, capace di chiudere l’esperienza gastronomica con eleganza, tra consistenze diverse e richiami alla tradizione della piccola pasticceria.
Il tutto accompagnato da una selezione di vini, Champagne Bruno Paillard e a seguire Fiano, scelta tra le oltre 1500 referenze della cantina del ristorante, curata dal direttore di sala e della cantina Ivan Mendanda Fernandez.
In questo equilibrio tra memoria agricola, tecnica e visione imprenditoriale, il Cinque Foglie racconta una nuova identità gastronomica della Piana del Sele che non dimentica le proprie radici contadine ma le trasforma in linguaggio contemporaneo, capace di affermarsi con naturalezza nel panorama dell’alta ristorazione campana.