Bologna accoglie due volte Marina Di Guardo per la presentazione del suo nuovo romanzo, “Braccate”, un noir che affonda nelle pieghe più oscure dei rapporti umani e della gogna mediatica. La prima data, il 25 novembre al Grand Hotel Majestic, ha coinciso con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, un tema che la scrittrice definisce “centrale” nella sua narrativa. La seconda, il 3 dicembre, si è svolta in Galleria Cavour 1959, riportando i lettori nel cuore di una storia tesa, attuale e disturbante. Come da rito, la presentazione si è aperta con una scena diventata ormai iconica: Marina Di Guardo solleva il cellulare, inquadra il pubblico e annuncia con entusiasmo la città in cui si trova. I lettori rispondono al suo invito alzando le mani: un modo semplice ma efficace per creare connessione e vicinanza.
A dialogare con l’autrice, anche questa volta, la giornalista Patrizia Finucci Gallo, mediatrice che da anni segue la scrittrice nelle sue tappe. A dare voce agli estratti del romanzo, l’attore Davide Reali, capace di restituire pathos e ritmo ai passaggi più intensi.![]()
Violenza sulle donne e nuove forme di controllo
Per Di Guardo la violenza contro le donne è un impegno costante: «Non bisogna mai abbassare l’attenzione», afferma. Ribadisce l’urgenza di un’educazione sentimentale capace di prevenire quei comportamenti che, specie nelle nuove generazioni, confinano la compagna in una falsa “gelosia benevola” destinata a sfociare in dinamiche perniciose. In Braccate, ancora una volta, troviamo un personaggio che esercita una forma di violenza psicologica, destinato – anticipa l’autrice – «a non fare una bella fine».
Una trama costruita per ingannare fino all’ultima pagina
Con dieci romanzi alle spalle, Di Guardo ha perfezionato l’arte del prologo-noir, un’apertura che trascina subito il lettore nel baratro emotivo della storia. La domanda che Patrizia Finucci Gallo le rivolge è inevitabile: Come nasce un romanzo capace di nascondere il colpevole fino alla fine?
La risposta riguarda uno dei temi più attuali: la gogna mediatica.
Il libro esplora la devastazione psicologica che colpisce chi viene messo al centro di un “esame incestuoso” e morboso da parte dell’opinione pubblica — una dinamica che, dal caso Pregliasco ad altre vicende recenti, dimostra quanto facilmente si possa annientare la reputazione di una persona.
Ortigia, una scomparsa e un incubo collettivo
L’ambientazione è la splendida Ortigia, che fa da sfondo alla scomparsa di Angela, la protagonista. L’amica denuncia il suo mancato ritorno e la giovane viene ritrovata a sette chilometri di distanza, colpita da numerose coltellate. Da qui il tracollo: Angela diventa il fulcro della gogna mediatica, vive un vero e proprio incubo, trascinando il lettore in una spirale di sospetti e paure che fanno del romanzo un thriller avvincente.
Tradimenti, rapporti umani e lettura su tre livelli
Una delle “tracce care” alla scrittrice è quella del svelamento: il momento in cui la fiducia si spezza e il vero volto delle persone emerge. «Ognuno di noi ha ricevuto delusioni da chi amava profondamente», spiega Di Guardo.
Questi temi, uniti a dinamiche familiari estreme — genitori che uccidono i figli, o figli che uccidono i genitori — rendono il romanzo credibile e psicologicamente denso.
La lettura, ricorda l’autrice, si sviluppa su tre livelli:
- La trama, strutturata come una sfida tra autore e lettore.
- L’introspezione psicologica, perché i personaggi devono “vivere insieme a noi”.
- Il tema sociale, che va dalla violenza sulle donne al disincanto, passando per il valore delle amicizie disattese.
Il commissario Alfonso: un uomo solido in un mondo fragile
Di Guardo racconta con un sorriso le critiche ricevute per i suoi personaggi maschili, spesso duri, ambigui o antagonisti. Ma il commissario Alfonso di Braccate fa eccezione: è “il più gentile”, un uomo del Sud, taciturno ma concreto, dotato di intuito e capace di vedere oltre i facili giudizi dei mass media. Per Angela, immersa in situazioni al limite, è un’ancora di verità e solidità emotiva.![]()
L’arte della costruzione: il metodo rigoroso di Di Guardo
Il romanzo è un vero gioco di incastri, costruito per tenere il lettore sul filo del rasoio. Marina rivela il segreto ereditato dal maestro Sergio Altieri: prima di scrivere il testo, prepara una traccia dettagliatissima. Per questo romanzo è arrivata a ben oltre 90 pagine, un vero “mini libro” che le garantisce coerenza assoluta.
«È la mia coperta di Linus», racconta. La tiene accanto mentre scrive, sapendo che ogni tassello deve combaciare.
Nemmeno gli editor, dice con soddisfazione, avevano capito chi fosse l’assassino.
La copertina del libro ritrae una tonnara abbandonata, un luogo reale, evocativo e profondamente siciliano. Origini a cui l’autrice è legata: è catanese, figlia di un medico trasferito al Nord. «Bisogna essere verosimili», sottolinea, «senza spararle grosse».
Le dediche e il coraggio di iniziare a 50 anni
Le dediche, per Marina, hanno sempre un valore.
In Braccate leggiamo: “Alle mie figlie. Il mio tutto.”
Perché la scrittrice ha iniziato a pubblicare a 50 anni, spinta proprio dalle sue figlie, che hanno sostenuto la sua fragilità nascosta dietro un’apparente sicurezza.
Ha cominciato nel 2010, comprando un computer per raccontare una storia che non aveva mai avuto il coraggio di scrivere: un dramma relazionale.
Dal terzo romanzo ha imboccato definitivamente la strada del thriller, seguendo il consiglio di un caro amico: «Bisogna mettersi in gioco. Siamo spesso i peggiori detrattori di noi stessi».
La presentazione si conclude come sempre: foto, dediche personalizzate e il calore dei lettori, che l’accolgono con una partecipazione affettuosa.